“Il nostro popolo ha fissato obiettivi chiari: non ci fermeremo finché l'assedio non sarà revocato, l'aggressione non sarà cessata e i risarcimenti per i crimini commessi dall'Arabia Saudita non saranno corrisposti. Per tutto il resto, siamo sempre pronti a combattere generazione dopo generazione. Si tratta di una questione esistenziale: in Yemen c'è chi muore di fame a causa dell'assedio. Ed è una questione di sovranità: i nostri aeroporti sono chiusi, i nostri porti bloccati, le nostre fabbriche distrutte, gli stipendi sono sospesi - tutto per effetto dell'aggressione dell'Arabia Saudita, che nel frattempo continua ad alimentare le proprie banche con le nostre risorse”. Lo afferma, in una intervista a Il Manifesto raccolta da Patrick Zaki, Mohamed Farhan, dirigente del gruppo Houthi sul blocco imposto dall'Arabia Saudita (e dalle forze della coalizione) al paese. “L'operazione lanciata dalle nostre forze armate aveva obiettivi chiari, definiti prima ancora del suo avvio: cacciare le concentrazioni di forze saudite sulla costa occidentale yemenita, che si estendevano nelle province di Hodeidah e Taiz fino a Bab al-Mandab, controllando circa sei distretti nelle due province”, spiega il membro dell'ufficio politico di Ansarallah in merito all'avanzata sul Mar Rosso, sottolineando che “l'obiettivo era espellere queste truppe che opprimevano i cittadini, devastavano le loro proprietà e si preparavano a lanciare offensive su larga scala sotto comando saudita - offensive volte a contrastare le rivendicazioni del popolo yemenita, a consolidare l'assedio e a permettere all'occupante di estendere ulteriormente il proprio controllo sulle zone liberate”, e aggiungendo che “l'Arabia Saudita conduce questa guerra da dodici anni senza interruzione. Le statistiche parlano da sole: circa trecentomila raid aerei contro lo Yemen, un assedio che non cessa, e ora anche missili balistici lanciati in profondità nel territorio yemenita”, con risposte che colpiscono “infrastrutture vitali all'interno del territorio saudita, oltre alle basi militari da cui decollano i jet da guerra, come la base di Re Khalid e quella di Re Fahd”, mentre sul fronte degli alleati occidentali evidenzia che “gli Stati Uniti, il più grande alleato di Riyadh, hanno rifiutato per la seconda volta un intervento diretto. Sono presenti con supporto, consulenti e supervisione delle operazioni, ma sotto ombrello saudita e in modo indiretto - perché tutti sono consapevoli, e lo hanno già sperimentato, che affrontare lo Yemen non è cosa semplice”, giacché “l'America se n'è andata con le mani vuote: ha perso circa ventidue droni MQ9, tre caccia F-18, e le sue navi da guerra e portaerei sono state colpite più volte”. (15 set - red)
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