Il nuovo rapporto del Meccanismo indipendente delle Nazioni Unite sulla giustizia razziale richiama il caso italiano: le politiche sulle droghe colpiscono in modo sproporzionato africani e persone di origine africana. Forum Droghe: "Non basta spiegare il fenomeno con la marginalità dei migranti: è il sistema repressivo a produrre e amplificare la discriminazione". ROMA, 20 settembre 2026 – Le Nazioni Unite tornano a richiamare l'Italia sull'impatto discriminatorio delle politiche sulle droghe. Il nuovo rapporto dell'International Independent Expert Mechanism to Advance Racial Justice and Equality in Law Enforcement, presentato alla 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani, affronta il rapporto tra razzismo sistemico e applicazione delle leggi sulle droghe e richiama espressamente quanto già riscontrato durante la missione svolta in Italia nel maggio 2024. Il rapporto tematico 2026 affronta, tra gli altri, racial profiling, sovraincarcerazione, arresti e detenzioni arbitrarie e disparità nell'applicazione delle norme sulle droghe. Nel rapporto sulla visita in Italia del 2024, il Meccanismo ONU aveva già concluso che "l'approccio punitivo adottato dall'Italia nell'applicazione delle leggi sulle droghe solleva significative preoccupazioni in materia di diritti umani e colpisce in maniera sproporzionata gli africani e le persone di origine africana”. Aveva inoltre riferito di aver ricevuto informazioni secondo le quali la profilazione razziale nell'enforcement delle leggi sulle droghe era diffusa in Italia. Una parte delle informazioni utilizzate dalle Nazioni Unite proveniva dalla submission presentata nell'aprile precedente da Forum Droghe, Harm Reduction International e La Società della Ragione in preparazione della missione ONU in Italia. Il documento denunciava l'impatto delle politiche sulle droghe sulle comunità marginalizzate e sulla sovraincarcerazione, richiamando espressamente la discriminazione razziale nell'applicazione della legislazione. Oggi gli esperti dell'ONU, nel documento depositato a Ginevra, ribadiscono che "in Italia, il Meccanismo ha riscontrato che l’approccio punitivo adottato nella lotta contro il traffico di droga solleva gravi preoccupazioni in materia di diritti umani e colpisce in modo sproporzionato gli africani e le persone di origine africana". " due anni di distanza – dichiara Leonardo Fiorentini, segretario nazionale di Forum Droghe – non siamo più soltanto di fronte alla denuncia delle organizzazioni della società civile. Il Meccanismo indipendente delle Nazioni Unite ha fatto propria una questione che avevamo posto durante la sua missione in Italia e oggi la richiama nuovamente in un rapporto dedicato al rapporto strutturale tra politiche sulle droghe e discriminazione razziale. È un problema che il Governo non può liquidare come una somma di singoli episodi, o spiegare - come ha fatto - con la condizione di irregolarità e marginalità di molti migranti, senza trarne le conseguenze". Già nel rapporto sulla missione del 2024 l'ONU aveva individuato un punto particolarmente delicato della legislazione italiana: la distinzione spesso incerta tra detenzione per uso personale e detenzione finalizzata allo spaccio, che secondo il Meccanismo determina frequenti arresti e criminalizzazione delle persone che usano droghe. "È precisamente uno dei meccanismi che avevamo denunciato nella submission delle associazioni" sottolinea Fiorentini. Quantità di sostanza, denaro contante, bilancini o suddivisione in dosi possono concorrere a trasformare una detenzione in un'accusa di spaccio; inoltre, la qualificazione del fatto come ipotesi ordinaria o di lieve entità può variare sensibilmente sulla base delle circostanze e dell'interpretazione giudiziaria. Una ricerca della Corte di Cassazione mostrava casi nei quali 11,85 grammi di hashish erano stati sufficienti per una condanna per l'ipotesi ordinaria, mentre in altri procedimenti quantitativi enormemente superiori erano stati ricondotti alla lieve entità. "È qui che la risposta del Governo Meloni mostra tutta la sua debolezza", prosegue Fiorentini. "Richiamare la condizione di irregolarità e marginalità di molti migranti per spiegare la loro sovrarappresentazione rischia di rovesciare il problema: proprio chi vive in condizioni di maggiore precarietà è più esposto ai controlli di polizia, dispone spesso di una difesa più fragile ed è più facilmente intercettato nei segmenti più visibili e marginali del mercato illegale. Se a questo aggiungiamo una legislazione nella quale il confine fra consumo, piccolo spaccio e fattispecie più grave è estremamente sottile, la marginalità sociale può trasformarsi in maggiore esposizione al sistema penale e quindi al razzismo istituzionale". "È proprio il combinato disposto di una politica migratoria restrittiva e di un'applicazione punitiva delle norme sulle droghe che spinge le persone straniere verso condizioni di clandestinità e marginalità, rendendole più esposte ai controlli, soprattutto nei luoghi dello spaccio di strada» ribadisce il segretario di Forum Droghe. I numeri mostrano la centralità delle droghe nel sistema penale italiano. Il Libro Bianco sulle droghe 2026 registra 21.562 persone detenute per violazione del DPR 309/90, pari al 33,9% dei detenuti, mentre 10.784 dei 42.005 ingressi in carcere nell'anno sono avvenuti per l'articolo 73. Gran parte dell'attività giudiziaria si concentra dunque sull'articolo che punisce detenzione e cessione illecite, non sui vertici delle organizzazioni criminali. "Se vogliamo contrastare davvero la discriminazione – conclude Fiorentini – dobbiamo ridurre gli spazi nei quali povertà, origine e colore della pelle possono trasformarsi in una maggiore probabilità di essere controllati, arrestati e condannati. Significa raccogliere finalmente dati adeguati sul racial profiling, ma significa anche cambiare la legge sulle droghe: depenalizzare realmente l'uso, ridurre drasticamente il ricorso al carcere e costruire una distinzione chiara e proporzionata tra piccolo spaccio e traffico organizzato. Continuare a chiamare "lotta alla droga" un sistema che concentra la repressione sugli ultimi anelli della catena significa continuare a produrre le disuguaglianze che oggi anche le Nazioni Unite ci chiedono di affrontare". (20 set – red)
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