Se vuoi la pace minaccia la guerra. Ma di quelle totali, che di fatto cancellano una nazione. Lo ha fatto, nemmeno per la prima volta, in diretta mondiale dall’assise dell’Assemblea generale dell’Onu il presidente americano Donald Trump, sottolineando che un accordo con l'Iran è possibile dopo le elezioni di medio termine, ma che l'alternativa è “annientare la Repubblica Islamica”. Alla consueta retorica del “ti spiezzo in due” del tycoon dovrebbe replicare nelle prossime ore il presidente Masoud Pezeshkian, atterrato a New York nella notte italiana per recarsi anch’egli al Palazzo di vetro. A tale proposito, è senz’altro da notare che è la prima volta che un leader di un Paese in guerra con gli Stati Uniti mette piede sul suolo americano per intervenire a un'assemblea delle Nazioni Unite. Va rilevato anche che in precedenza, le delegazioni statunitense e iraniana hanno avuto “lunghi colloqui” tramite mediatori, come ha dichiarato l'inviato speciale statunitense Steve Witkoff. Lo stesso Trump ha spiegato ai giornalisti presenti all'Onu che i funzionari statunitensi hanno avuto un incontro di tre ore “molto positivo” con i leader della Repubblica islamica.
IL GRIDO D'ALLARME DAL GOLFO E LA CONDANNA DELLE OPPOSIZIONI. Di certo, le rassicurazioni di The Donald non sono bastata a rasserenare un clima di estrema tensione messo bene in luce dalle reazioni internazionali che hanno rivelato la profonda preoccupazione delle diplomazie regionali e occidentali per un’escalation che rischia di sfuggire a qualsiasi controllo. Sempre ieri, l'emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, ha infatti lanciato un avvertimento solenne davanti alla platea dei leader mondiali. Dallo scranno presidenziale, l'emiro ha infatti dichiarato che la regione del Golfo sta attraversando una delle sue fasi più pericolose a causa del conflitto che vede gli Stati Uniti e Israele contrapposti all'Iran. Con parole prive di ambiguità, il sovrano qatariota ha caldeggiato la via della diplomazia come unica soluzione duratura e praticabile per scongiurare una catastrofe globale. Del resto, l'eco delle minacce formulate dall'inquilino della Casa Bianca ha provocato dure reazioni anche sul fronte interno americano. Il senatore Bernie Sanders è intervenuto con fermezza per fermare le esternazioni bellicose della presidenza. Attraverso un messaggio diffuso sui social media, il parlamentare ha esortato Trump a porre un freno immediato ai suoi pronunciamenti contro Teheran, ricordando che l'incitamento alla distruzione indiscriminata di un intero popolo rappresenta una palese violazione delle norme internazionali.
“No, signor Presidente. Non dovremmo 'annientare' il popolo iraniano”, ha scritto Sanders senza mezze misure. “Questo è un crimine di guerra. Questa è barbarie. Ed è qualcosa con cui gli Stati Uniti non devono mai essere associati”. Nel proseguire la sua disamina, il senatore ha sostenuto che le azioni belliche in corso si configurano come un conflitto "illegale e incostituzionale", chiamando il Congresso di Washington a esercitare immediatamente i propri poteri istituzionali per imporre un punto d'arresto alle operazioni e riportare il Paese nell'alveo della legalità costituzionale.
LO STRETTO DI HORMUZ E LE CONDIZIONI DI TEHERAN PER IL CESSATE IL FUOCO. Sul piano operativo e commerciale, i riflessi dello scontro continuano a paralizzare una delle arterie fondamentali per il commercio energetico planetario. Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz continua a far registrare un flusso a livelli estremamente ridotti rispetto alla norma. Secondo gli ultimi dati sui transiti della giornata di ieri, diffusi alle prime ore di oggi, soltanto tre navi mercantili hanno attraversato il passaggio strategico. Il dato segna una flessione ulteriore rispetto alle quattro imbarcazioni registrate il giorno prima e risulta drammaticamente inferiore alla media mobile decennale, che si attesta solitamente intorno ai quindici transiti giornalieri. Va tuttavia considerato che tali rilevazioni soffrono di un certo margine di variabilità, dovuto alla prassi sempre più diffusa da parte dei comandanti di spegnere i transponder di bordo durante la navigazione nel braccio di mare per sfuggire ai tracciamenti radar ed evitare potenziali attacchi.
Sul versante dei negoziati riservati, l'Iran ha intanto fatto pervenire a Washington le proprie rigide richieste attraverso i canali della mediazione. Il governo iraniano ha confermato di aver avviato un canale di dialogo indiretto con gli Stati Uniti proprio a New York, sfruttando la presenza delle delegazioni per il tramite della diplomazia di Doha. Le condizioni poste dalla leadership della Repubblica Islamica per arrestare le ostilità impongono uno stop immediato della guerra su ogni fronte e il blocco indefinito di ciò che la capitale iraniana definisce “atti di aggressione” americani.
A chiarire i termini del confronto è stato il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghaei, attraverso una dichiarazione rilasciata all'agenzia di stampa statale IRNA. Il funzionario ha precisato che l'agenda presentata dalla propria delegazione comprende capitoli imprescindibili: la fine completa del blocco navale in atto, la cessazione immediata di ogni misura di guerra economica e la contestuale sblocco e restituzione di tutti i beni finanziari iraniani attualmente congelati nelle banche estere.
LA POSIZIONE DI PARIGI E LA CRISI ENERGETICA GLOBALE. In questo quadro dominato da veti incrociati e tensioni sul commercio di greggio, si inserisce l'iniziativa dei partner europei. In un'intervista esclusiva concessa al giornalista David Muir per il network ABC News, il presidente francese Emmanuel Macron ha ripercorso i contenuti del faccia a faccia avuto lunedì con Trump. L’inquilino dell’Eliseo ha spiegato che l'“obiettivo principale” del suo colloquio con l'omologo statunitense era esattamente quello di “trovare l'accordo giusto per aprire” lo Stretto di Hormuz e disinnescare la grave crisi energetica globale che sta pesantemente impattando sui mercati mondiali, provocando rincari alle stelle per benzina, diesel e carburante per aerei.
Analizzando le dinamiche che hanno condotto allo stallo navale, il leader dell'Eliseo ha osservato come, fin dall'avvio dei combattimenti, “il regime iraniano ha scoperto di avere questa carta in mano”, identificando nella chiusura dello stretto una leva di pressione di enorme impatto geopolitico ed economico. Interpellato dal giornalista se la capacità di difendere questo snodo marittimo possa essere considerata un “punto cieco” nella strategia iniziale adottata da Trump (che ha evidentemente sottovalutato la capacità dei pasdaran di interdirne l’accesso), il presidente francese ha preferito smussare le polemiche dirette, pur ribadendo la centralità del problema. “Non incolperò nessuno. Siamo in questa situazione. Credo che gli Stati Uniti, o meglio, il vostro Paese, siano in grado di risolvere questo problema, e abbiamo bisogno di voi”, ha evidenziato Macron con pragmatismo. Il presidente francese ha poi concluso la sua disamina con un richiamo alla responsabilità collettiva e all'urgenza del momento, ammettendo che la vulnerabilità dello stretto “è stata probabilmente sottovalutata e oggi dobbiamo risolvere questo problema”. La partita che si gioca nelle stanze del Palazzo di Vetro appare dunque ben più complessa della semplice retorica bellica, muovendosi sul sottile equilibrio tra la minaccia dell'uso della forza e l'imperativo economico di riaprire le vie d'accesso ai mercati mondiali. (23 SET – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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