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direttore Paolo Pagliaro

La CGIL e l’invenzione della Confederazione

La CGIL e l’invenzione della Confederazione

di Oronzo Mazzotta*

Tutti noi siamo così abituati a sentir evocare nel dibattito pubblico le varie sigle (o acronimi come dicono i dotti), che scandiscono la nostra quotidianità, che ne abbiamo smarrito il significato. Il discorso vale anche per gli acronimi CGIL, CISL e UIL, le tre grandi centrali confederali del nostro sindacalismo. Proprio la CGIL ha festeggiato il 29 settembre scorso, alla presenza del Presidente Mattarella, i 120 anni dalla sua fondazione.
Non è inopportuno allora ricordare qual è il senso delle espressioni “confederazione” e “sindacalismo confederale”.
La nascita della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), come si chiamò alle origini, costituisce un momento cruciale nella evoluzione e nella crescita del movimento operaio. In precedenza, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e dopo la soppressione delle corporazioni disposta dallo Statuto albertino, si erano sviluppate (in particolare al Nord ed in Toscana) le Società Operaie di Mutuo Soccorso, che però non possono essere considerate le progenitrici delle associazioni sindacali, dal momento che, da una parte, ammettevano come soci sia operai che artigiani e, dall’altra, si occupavano solo di assicurare sussidi economici e l’assistenza sanitaria gratuita ai soci colpiti da infortuni sul lavoro.
Non è casuale che questa forma organizzativa cominciò ad entrare in crisi quando apparve all’orizzonte il Partito Operaio Italiano (1885), le cui strutture territoriali (leghe di resistenza) erano associazioni di soli lavoratori subordinati ed avevano come scopo la lotta contro lo «sfruttamento» dei «padroni». La costituzione nel 1892 del Partito dei Lavoratori Italiani (divenuto nel 1895 Partito Socialista Italiano) segnò una svolta fra l’anima politica e l’anima propriamente sindacale del movimento operaio. Fu così che una parte delle leghe di resistenza del Partito Operaio Italiano confluì nella nuova entità politica, riaggregandosi attorno a comitati elettorali a sostegno dei candidati, e la restante parte si ricollegò all’associazionismo propriamente sindacale.
Al di là di questi aspetti giova ricordare che le prime forme organizzative sindacali si caratterizzavano per essere legate ad un mestiere, per avere, cioè, come forma aggregativa l’attività svolta dai lavoratori che vi aderivano (i tipografi, i muratori, etc.). Il sindacato però non tardò a rendersi conto che questa forma organizzativa non era affatto funzionale alla strategia di contrapposizione alla classe padronale. Essa, infatti, non teneva conto di un dato della massima importanza: e cioè che all’interno del processo produttivo industriale venivano ad operare lavoratori con qualificazioni (e dunque mestieri) assai diverse fra loro.
Il sindacato apprese perciò sulla propria pelle che aggregare i lavoratori per mestiere avrebbe prodotto divisioni e contrapposizioni, anziché unità di intenti e finalità. Si riconvertì pertanto ad un modello organizzativo che riuniva i lavoratori per ramo d’industria, prendendo cioè a base di riferimento l’attività svolta dall’impresa entro la quale i lavoratori dovevano operare. Nasceva così il modello organizzativo del sindacato di categoria, avendo riguardo, quanto al concetto di categoria, al settore economico-produttivo nel quale operava l’impresa. In tal modo la solidarietà di classe era ricomposta perché il sindacato, ad es. dei metalmeccanici, organizzava tutti i lavoratori che operassero all’interno di un’impresa metalmeccanica, quello dei chimici, tutti gli addetti all’industria chimica e così via.
Venendo alle confederazioni osserviamo che, nello stesso torno di tempo nacquero – ed è questo che ci interessa – forme organizzative a carattere intercategoriale, con lo scopo di fornire rappresentazione agli interessi comuni alle varie categorie lavoratrici, sia a livello locale che nazionale (pensiamo, a livello locale, alle Camere del lavoro, sorte ad imitazione delle Bourses du travail francesi, che alle origini si occupavano pressoché esclusivamente della mediazione gratuita fra domanda ed offerta di lavoro). Il modello confederale rappresenta quindi la risposta sindacale alla necessità di tenere insieme a livello nazionale non solo le istanze per così dire “egoistiche” delle singole categorie di lavoratori, ma anche e soprattutto quelle istanze rivendicative e in senso lato politiche che riguardavano la classe lavoratrice nel suo insieme. Ed ecco la nascita 120 anni fa della Confederazione generale del lavoro (CGdL), organismo confederale che riuniva le federazioni di categoria e le locali camere del lavoro, con lo scopo statutario di assumere la «direzione generale del movimento proletario».
La costituzione della confederazione scandì una data fondamentale non solo per l’unità della classe lavoratrice, ma anche per il consolidamento della contrattazione collettiva, consacrando definitivamente il sindacato come soggetto negoziale non solo per la mera determinazione del “prezzo” del lavoro (non a caso gli antenati degli odierni contratti collettivi si chiamavano concordati di tariffa), ma per la regolazione dell’intera disciplina del lavoro (dall’orario alle mansioni, dalle ferie ai provvedimenti disciplinari, etc.).
Date queste origini ed il conseguente radicamento nella società civile, il Segretario confederale della CGIL ha pieno titolo a rivendicare un cambiamento del modello economico e sociale denunciando i pericoli per la democrazia di una concentrazione del potere in poche mani private. Fino alla proposta di una – ovviamente pacifica – “rivolta sociale” delle classi svantaggiate che il sindacalismo confederale rappresenta nel suo insieme. Si tratta di una rivolta che nella visione del suo propugnatore deve avere come faro la Costituzione ed i suoi valori di solidarietà, che si esprimono anche e soprattutto nelle “formazioni sociali”, i partiti certo, ma anche i sindacati, come vuole l’art. 2 della Carta.
Come abbiamo visto la storia del sindacalismo è una storia di tensione verso una condivisione di intenti, non escludente, delle classi lavoratrici, nel superamento degli egoismi (diremmo corporativi) delle varie categorie produttive.
Come dire che la storia dell’evoluzione della rappresentanza sindacale confederale costituisce una straordinaria lezione di unità, che i partiti che dichiarano di difendere i più deboli dovrebbero tenere bene a mente.

*Professore emerito di Diritto del Lavoro dell’Università di Pisa

(© 9Colonne - citare la fonte)
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