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Romano Guardini
e la modernità sleale

Romano Guardini <br> e la modernità sleale

di Domenico Pompili*

Romano Guardini nasce a Verona, in via Leoncino, il 17 febbraio 1885 ed è battezzato nella chiesa di San Nicolò all'Arena, il 3 maggio 1885. In realtà, la mamma era di origine trentina mentre il padre e tutta la sua genealogia era veronese doc. Di sé stesso però dirà: «italiano di nascita, tedesco per formazione, europeo per scelta, sacerdote cattolico per vocazione». Di Guardini e della sua sterminata bibliografia mi piace condividere tre spunti che danno a pensare. Essi sono: l’opposizione polare, la passione per l’educazione, la diagnosi della modernità.

  1. Un pensiero che si forma e procede per opposizione polare.

L'opposizione polare dice questo: ogni cosa concreta vive di due poli che si oppongono e non si contraddicono. Non si tratta di trovare una sintesi, né di stare nel mezzo. Si tratta di tenere la tensione. Questa dimensione complessa la troviamo anche nella sua malinconia, l'eredità malinconica della madre che lui descrive come «la zavorra che dà all'imbarcazione il suo pescaggio». La malinconia è «connessione con l'oscuro fondo dell'essere», è beatitudine, perché è il prezzo della nascita dell'eterno in noi. Ma è anche minaccia, perché paralizza e spegne lo stimolo della gioia e del lavoro. L’opposizione polare non è la contraddizione che chiede di scegliere con un aut-aut, è tensione da custodire. Qui sta l’attualità di Guardini: noi viviamo in un mondo che vive di tensioni non mantenute, di semplificazioni che sacrificano la complessità delle cose e finiamo per fare scelte che escludono l’alterità perché non sappiamo cogliere che la nostra parte mancante non è necessariamente un nemico da eliminare. Nulla a che fare con una mediazione indifferente. Guardini non è il pensatore del giusto mezzo, e conviene dirlo perché il suo metodo si presta a essere usato al contrario. Con il nazismo non ha tenuto nessuna tensione. Ha perso la cattedra. Guardini ha pensato nell’opposizione polare perché viveva dentro le tensioni senza addomesticarle.

  1. La passione per l’educazione prima che per la vita accademica

Nel 1923 Guardini ottiene a Berlino una cattedra che non era come le altre: non teologia dentro una facoltà teologica, ma visione cattolica del mondo dentro un'università statale e non confessionale. Lì tiene lezione su Dante, su Dostoevskij, su Pascal, su Hölderlin, su Rilke. Le aule sono piene. Tra chi lo ascolta c'è una giovane Hannah Arendt. È fermamente convinto che la responsabilità della cultura sia affidata ai giovani studenti: essi sono parte dei processi culturali. Non fruitori, ma persone dentro cui la cultura accade. E anche il rapporto fra generazioni, per lui, è un'opposizione polare: il giovane ha lo slancio verso l'incondizionato e non ha esperienza, l'adulto ha forma e rischia l'ottusità. Nessuno dei due basta a sé stesso. Per questo educare non è travasare dal pieno al vuoto, e tutto si riassume in una sua riga: “un incontro è un evento educativo”. Ma l'incontro che forma non è quello con chi ci somiglia. Nel 1905, studente a Monaco, incontra un giovane kantiano che gli smonta la fede: quella sera non riesce più a pregare. Quell'incontro è stato educativo proprio perché era una contraddizione e non una conferma. La cultura forma quando espone, non quando rassicura. Nel 1939 il regime gli toglie la cattedra. E succede la cosa che più conta: le sue pagine arrivano lo stesso. Arrivano ai ragazzi della Rosa Bianca, che le leggono. Willi Graf, dal fronte russo, annota nel diario che quel giorno gli riesce di leggere Guardini. Non è una lettura edificante: funziona come un antidoto alla disumanizzazione del mondo.  Sarà lui a commemorarli, a Tubinga nel 1945 e poi a Monaco. E dirà che ogni persona è initium, inizio, perché ha dentro di sé una forza originaria di cominciare, e proprio per questo deve rispondere di ciò che fa.

  1. La diagnosi della modernità sleale

Nel 1950 pubblica “La fine dell'epoca moderna”. La tesi è dura: la modernità ha continuato a usare i frutti, la persona, la dignità, il rispetto, la libertà, dopo aver reciso la radice da cui sono sorti. E ha chiamato questo progresso. Guardini lo chiama con una parola sola: slealtà. Il meccanismo è questo. Ogni essere è più che sé stesso, e quando quel di più scompare le cose non spariscono: restano, e si svuotano. Non convincono più. L'esempio che fa è il giuramento. Una volta si giurava davanti a Dio, ed era la forma che legava di più. Tolto quel riferimento, giurare significa soltanto sapere che si andrà in galera se si mente. La parola resta pronunciabile e smette di legare. Siamo anche oggi di fronte a parole consumate, usate e abusate, comprate e vendute. Ciò accade più facilmente se recidiamo il terreno nel quale sono nate. In particolare, si tratta per lui di radici cristiane ma non nel senso identitario o dogmatico del termine: è quell’energia di un legame con un Dio vivo e vivente, che se viene meno lascia orfane le parole più importanti della vita, come amore. Vengo alla fine, e torno a via Leoncino. Guardini scriverà di essere nato vicino all'Arena, e aggiunge una cosa che a Verona si capisce meglio che altrove: che passa di qui l'antica via del Nord, e che le strade sono binari della vita, sui quali si può venire e anche andare. Del suo compito ha dato una definizione che è anche la consegna odierna: vorrei aiutare gli altri a vedere con occhi nuovi. Non dimostrare, ma aiutare a vedere in maniera nuova. Quindi oggi non abbiamo da dimostrare che Guardini aveva ragione. Abbiamo da verificare se, dopo averlo ascoltato, vediamo qualcosa che prima non vedevamo.

*L’autore è Vescovo di Verona, il testo è tratto da un intervento tenuto il 16 settembre 2026 all’Università scaligera

 

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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