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La guerra dei libri, una storia dell'emigrazione italiana in Germania

 La guerra dei libri, una storia dell'emigrazione italiana in Germania

di Giuseppe Tizza

Quando arrivai a Düsseldorf, nell'ottobre del 1970, cominciai a insegnare alla Thomas-Schule. Mi trovai davanti a una situazione scolastica che oggi sarebbe difficile perfino immaginare.

Avevo una trentina di ragazzi italiani, dalla quinta alla nona classe, tutti riuniti nella stessa aula. Molti arrivavano direttamente dall'Italia, spesso da piccoli paesi, e non conoscevano neppure una parola di tedesco.

Ma il problema non era soltanto linguistico. Non avevo libri di testo, né italiani né tedeschi. Non disponevo di programmi adeguati e non sapevo neppure quali libri avrei dovuto adottare.

Mi arrangiavo come potevo: dettavo appunti, raccontavo le lezioni, cercavo di insegnare tutte le materie. Alla fine della giornata ero spesso sfinito.

Per ottenere i libri necessari mi recai diverse volte alla Direzione didattica del Consolato italiano di Colonia. Le mie richieste, però, non ebbero risultato.

Decisi allora di scrivere direttamente all'ispettore scolastico, il dottor Biancardi.

La risposta fu un rimprovero. Mi venne fatto notare che avevo violato la gerarchia burocratica: avrei dovuto rivolgermi prima al direttore didattico e soltanto successivamente all'ispettore.

Ma io al direttore avevo già chiesto più volte, senza ottenere nulla.

Decisi quindi di scrivere nuovamente, questa volta indirizzando la lettera a entrambi.

«Egregio signor ispettore, egregio signor direttore didattico, vi prego gentilmente di fornirmi al più presto possibile i seguenti libri di testo».

Seguiva un elenco di undici titoli, che terminava con un vocabolario italiano-tedesco.

Il giorno dopo si presentarono a scuola l'ispettore Biancardi e il direttore didattico Pagani. Ebbi l'impressione che fossero venuti con l'intenzione di contestare il mio comportamento e persino di licenziarmi.

Ma trovarono una situazione molto più difficile di quella che probabilmente immaginavano.

La direttrice della Thomas-Schule, che in quel momento aveva assoluto bisogno di me, mi difese energicamente.

Dopo una conversazione durante la pausa, i due responsabili mi chiesero se potevano entrare nella mia classe. Accettai immediatamente.

Si trovarono davanti una trentina di ragazzi, appartenenti a cinque classi diverse, ai quali insegnavo senza disporre di libri.

Ricordo che in quel momento stavo facendo una lezione di geografia. Parlavo del Mar Rosso.

A un certo punto l'ispettore Biancardi decise di prendere personalmente in mano la lezione e continuare la spiegazione. Mentre parlava, io rimasi accanto a lui, cercando di mantenere il controllo della classe.

Durante il suo intervento spiegò che il Mar Rosso si chiamava così perché gli era stato attribuito quel nome. Uno dei miei alunni intervenne prontamente, ricordando la spiegazione che avevo dato io: il riferimento alla presenza di organismi marini rossastri, forse alghe.

Un altro episodio rese quella visita ancora più particolare.

L'ispettore notò una ragazza dell'ottava classe che portava moltissimi anelli, forse una ventina.

«Che belli questi anelli! Ma come mai ne hai così tanti?», le chiese.

La risposta della ragazza fu immediata e poco diplomatica:

«Che cavolo gliene frega?»

L'ispettore Biancardi ebbe la bella idea di non reagire e di passare ad altro.

La vicenda si concluse in maniera decisamente diversa da come era cominciata.

Alla fine arrivarono con il cofano dell'automobile pieno di libri. Non soltanto gli undici titoli che avevo richiesto: portarono tutti i libri di cui disponevano.

Così si concluse la mia prima battaglia burocratica a Düsseldorf.

A distanza di tanti anni, ripensando a quell'episodio, mi viene da sorridere. Non avevo chiesto privilegi, aumenti di stipendio o riconoscimenti particolari. Avevo chiesto semplicemente dei libri per poter insegnare.

Avevo imparato una cosa che mi sarebbe tornata utile molte altre volte: qualche volta, per capire davvero un problema, non basta leggere una lettera. Bisogna entrare in classe e guardare che cosa succede.


(© 9Colonne - citare la fonte)
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