(11 mar) ll sistema produttivo italiano è comunemente additato come poco propenso a investire, soprattutto in progresso tecnologico. Le cause citate più frequentemente sono l’arretrata specializzazione settoriale, la scarsa concorrenza interna, la struttura poco contendibile della proprietà e l’insufficiente ricorso al management esterno. L’analisi più articolata degli investimenti e della spesa per innovazione mette in discussione questa visione. Le elaborazioni del Centro studi Confindustria mostrano che nella manifattura italiana, vero motore della crescita economica del Paese, la propensione all’investimento è tra le più alte al mondo: 22,8% nel 2013, contro il 21,1% giapponese, il 19,2% USA, il 13,2% tedesco e il 12,5% francese. Solo la Corea del Sud fa meglio (30,6%). Il crollo degli investimenti nel 2007-13 (-31,6%) è legato alle cause e conseguenze della profonda crisi economica: credit crunch, peggioramento delle prospettive di domanda, erosione della redditività. Non, quindi, a minore spirito imprenditoriale. Inoltre, uno sguardo più approfondito alle statisti che sull’innovazione delle imprese suggerisce maggior cautela nell’interpretare i bassi livelli di spesa in R&S dell’Italia (pari all’1% del fatturato manifatturiero, contro il 3,2% della Germania e il 2,8% della Francia). Questi sono, infatti, in parte sottostimati rispetto al dato reale, per la loro mancata contabilizzazione e sono penalizzati dalla inconsistenza, per troppi anni, della politica industriale. (Red)
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