Parigi - Da trent’anni Matteo Basilé fotografa ciò che il mondo preferisce non guardare: santi e folli, corpi di confine, volti che portano addosso il peso del tempo. Negli anni Novanta, quando fondere pellicola e pixel era ancora un azzardo da laboratorio, è stato tra i primi in Italia a farlo, e da allora non ha mai smesso di interrogare il volto umano. Nell’anno in cui la fotografia compie duecento anni, arriva a Parigi con Magnifica Humanitas: la sua prima mostra quasi interamente in bianco e nero, un ritorno alle origini del mezzo che lo ha formato. Dal 12 novembre al 22 gennaio l’Istituto italiano di cultura di Parigi ospita nei saloni dell’Hôtel de Galliffet circa quaranta opere tra stampe fotografiche, installazioni video, un film e un’installazione ambientale, a cura di Antonio Calbi e Dominique Moulon. Il titolo viene dalla prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, e dialoga con il ciclo Rerum Novarum dell’artista. È una domanda antica posta con gli strumenti di oggi: che cosa rende umano un volto? Pori, rughe, cicatrici: ciò che la fotografia commerciale corregge, Basilé lo esige. Oggi, mentre le immagini perfette si moltiplicano, è una presa di posizione: il volto vissuto come prova di verità. (9colonne)
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