Non si può accettare di credergli quando dice - e d’altronde lo fa con quel suo sarcasmo garbato e sorridente -: “Io e i libri? Ho perso una quantità di motivazioni impressionante e ho tagliato con tutto…”. E questo perché - se è vero che Gianfranco Franchi da un paio di anni si è reso “estraneo” al mondo editoriale (stufo della precarizzazione cui condanna, del lavoro “gratis et amore” o al limite in nero, di essere un “letterato della nuova generazione, un operaio sottopagato” tanto da immaginare che il nonno paterno, commercialista, ex alpino, si rivolti per questo “come una trottola, nella superba tomba di famiglia”) - resta uno dei critici letterari italiani di più concreta militanza, dalla spiazzante onestà intellettuale, ribelle a compromessi e dogmi letterali, radicalmente indipendente, eretico al pensiero dominante, non assimilabile al cliché che lo relegherebbe a stravagante intellettuale. "Gianfranco Franchi è uno scrittore maledetto in un mondo di benedetti, un intellettuale scomodo che non accetta compromessi e che ha fatto dell'indipendenza la sua bandiera” lo ha definito Gordiano Lupi, fondatore de "Il Foglio Letterario”, negli anni in cui Franchi si è affermato come acuto talent scout editoriale (si deve a lui, tra i tanti casi, la ripubblicazione per Castelvecchi del romanzo d’esordio e di un inedito di Giuseppe Lo Presti, uno dei pochissimi banditi-scrittori della letteratura italiana; la curatela fu del suo sodale Salvo Mugno) oltre che scrittore di opere lucide e taglienti, feroci e malinconiche che si sono fermate - per ora - a poesie (la raccolta “L’inadempienza” ha tanto di sottotitolo “un atto postumo compiuto in vita”) ed a raccolte di racconti, poeticamente corrosivi.
Gianfranco Franchi si è definito in passato un “bandellaro” della letteratura ossia un letterato che scrive battendo come un fabbro fa sulla lamiera sottile. E oggi, che si è appunto ritirato nelle retrovie letterarie (da poco ha lasciato, dopo tredici anni di militanza, anche l’incarico di lettore del premio Campiello-Giovani), si dedica ad una personale riflessione sul cuore di tenebra dei nostri giorni, sulla normalizzazione della violenza, sulla disinformazione, sul potere senza più limiti morali che di tanto in tanto affida ad un post sui social. “Sto pensando tanto. Cammino e penso” racconta oggi dalla sua Monteverde che, per lui, non è solo il quartiere di Roma in cui è cresciuto e continua a vivere ma molto altro, con un legame di possesso assoluto come accade a molti abitanti di questa “Roma-non Roma”, non fagocitata dal traffico, non ferita dal disastro dell’edilizia selvaggia, con un parco di 184 ettari, Villa Pamphili, che ti consente di “scomparire per meditare sul cielo e sugli alberi e sui prati”, dove “si cammina sugli stessi passi di Bertolucci, Gadda, Caproni. E ovviamente Pierpaolo Pasolini. Quando nel 1953 venne ad abitare qui a Monteverde, tra 1953 e 1964, la madre di Pasolini, friulana, divenne amica di mia nonna nonna Nives, triestina, mezza austriaca, esule dalla Dalmazia. Parlavano in una loro koinè e le confessava quanto fosse preoccupata per il figlio, per i lividi che gli trovava sul corpo”. Il padre di Franchi, Sergio, che sarebbe diventato un sindacalista della Cisl, vicino a Franco Marini, fu tra i primi studenti a frequentare il liceo classico Manara quando aprì nel 1958, frequentato anche dai fratelli Bertolucci; da ragazzo, incontrava Pasolini alle riunioni del PCI nella sezione di Donna Olimpia, poco lontana da casa sua. Un luogo con cui il poeta friulano ebbe rapporti complessi, per i rapporti avuti con i “ragazzi di vita” delle case popolari, che mise al centro del suo omonimo romanzo. “Non è come adesso che lo celebrano in ogni modo, una volta da quelle parti erano avvelenati contro di lui, per una natura notturna tutt'altro che angelica. La targa di via Fonteiana ci misero anni a metterla…” ricorda Franchi, che ha analizzato il lato oscuro di Pasolini in questi due interventi: www.gianfrancofranchi.com/pasolini-e-monteverde-da-via-fonteiana-a-via-carini e www.nazioneindiana.com/2015/11/13/pasolini-ragazzo-a-vita. “Un immenso poeta ed uno scrittore eretico che andrebbe ricordato in ogni sua sfaccettatura – prosegue Franchi –. E quindi suggerisco di celebrare anche il nostro Giorgio Caproni, poeta altrettanto grande ma anche amato maestro elementare, lì alla Crispi. Parliamo di più di figure come quella di Caproni, eterea, gentile, tenera, affermiamo l’importanza dell’immaterialità, di un diverso modo di vivere, con meno automobili, più piazze, panchine, alberi. Forse le cose cambierebbero…”.
Si chiama appunto “Monteverde” il libro che raccoglie 47 suoi racconti (l’esordio era stato “Disorder”, nel 2006: titolo omaggio al brano-manifesto del post-punk ed alla inquieta poetica dei Joy Division) e ritorna sui passi dell’antiromanzo “Pagano” del 2007 (richiamo alle salvifiche radici greco-romane europee ed all'isola dalmata di Pago). In copertina, un disegno di Maurizio Ceccato: un rottweiler con collare rinascimentale e sfondo da sol dell’avvenire a rimandare a quel “cane sciolto della cultura” come è stato definito lo stesso Franchi, coerentemente allergico a qualsiasi guinzaglio ideologico. Protagonista è l’alter ego dei suoi anni giovanili: rabbiosi, disperati, vissuti fin nel midollo, in cui cercare simboli e significati ovunque, giocando con tutto, “forse anche la morte”, filosofeggiando di zerbini, attraversando i pianerottoli come ponti levatoi, calcolando la distanza di una caduta dalla loro balaustra al pianoterra, camminando “per i corridoi di polvere di Monteverde”, pensando di stare “solcando il tempo”, baciando il senso della notte, piangendo il perduto incanto, soffrendo la realtà senza rimedio, amando come “idolo tenace” il segno della pelle bianca sul nudo corpo abbronzato della donna amata, vivendo la ritualità del vecchio impianto stereo. E di una musica che ha dato suono e significato a quegli anni, ribelle alle musichette pubblicitarie che privano del silenzio e dei rumori della città, come una sorta di “cicatrice della peste della nevrosi postmoderna”. Il basso ipnotico del post-punk che percorre il “divenire del non è”, il rock come “esorcismo della paura”, la “sintesi di uno stato d'animo complesso”, un viaggio introspettivo, un fragile isolamento, la “dead soul dance" di Ian Curtis, l’ordine nel disordine, in una creativa distruzione di equilibrio, un filo rosso tra dolore e creazione, la prima volta di “Smells like teen spirits” dei Nirvana sentita da 14enne, nel 1991, ginnasiale nello stesso liceo Manara del padre, camminando per viale dei Quattro Venti, “I think I'm paranoid” dei Garbage che accompagna il suo 17 giugno 2001, giorno del terzo scudetto della Roma, in mezzo allo stadio Olimpico in festa, nella “gioia che ti fa sragionare, quella che vivi quando ti accorgi che si è fermato il tempo”, “spaventato dalla felicità e scosso dal timore di perderla”. E ancora i Verve, i Sigur Ros, i Radiohead, a cui Franchi ha dedicato anche un saggio musicale (“Credo che avrei bisogno di ascoltarli a Roma, magari al Gianicolo” e “consacrerò il tutto pisciando ai piedi della statua di Garibaldi” scriveva).
“Oggi – sorride - mi contento di fare il guardiano del Gianicolo, passeggiando con il mio border collie trovatello e lì dall’alto mi immagino di essere lontano dai ‘romanari’. Chi sono? Un certo genere di borghesia molto diversa da quella dei nostri nonni, una borghesia oscura, estranea alla percezione della cosa pubblica, ostile alla legge... arrogante, egoista, con uno snobismo che coincide con la prepotenza, con la centralità assoluta del denaro, incapace di rispettare addirittura i regolamenti condominiali. Per sentirsi più liberi, hanno bisogno di tenere i cani sciolti per la strada…”. In questo allineandosi alla descrizione dell'italiano di Leo Longanesi che Franchi ci ricorda, datata 1942 eppure attualissima: “Pensa soltanto alle donne e ai quattrini, sogna di non lavorare, disprezza qualunque ordine sociale, non ama la natura; sa difendersi soltanto dallo Stato, dal dolore, dalla fame. Siamo animali feroci e casalinghi”.
“E allora – prosegue Franchi - me ne vado a camminare sul Gianicolo, dove posso guardare Roma dall'alto e dirmi: io non sono come loro laggiù, sono lontano dal potere, posso guardare le rovine antiche, la sua eternità... ma anche pensare che un impero è esistito, ha scintillato di intelligenza e potenza ed è stato distrutto, e... che da una città di forse 2 milioni di abitanti, per circa 1400 anni, ci siamo trasformati in un borghetto di preti, pecorari e vignaroli: spesso nemmeno 30mila persone. E che questo potrebbe anche riaccadere. Ogni tanto parlo con qualche turista disperso e li sorprendo dicendogli: guardate che non siete dove credete di essere, questa non è Roma, è un'altra Roma, siamo rimasti campagna, siamo rimasti borgata. E poi dico: basta edulcorare questo quartiere, basta santificarlo, basta dimenticare la sua parte oscura, quasi fosse un tabù immobiliare. Servirebbe un esercizio di coscienza collettiva. Ricordiamoci di Emanuela Orlandi forse segregata in un cunicolo, a via Pignatelli, del terrorista Giusva Fioravanti, del povero Maurizio Di Leo che neanche al Messaggero commemorano più (tipografo 34enne del quotidiano ucciso il 2 settembre 1980 dai killer dei Nar, per uno scambio di persona, in una strada accanto a largo Ravizza) e del terrificante regolamento di conti contro il clan dei Pesciaroli (il 16 marzo 1981, al civico 152, di via di Donna Olimpia, due killer della Banda della Magliana piombano in casa ed uccidono, per vendicare l’assassinio di un membro della banda, Mario Proietti, uno degli 11 fratelli del clan dei pesciaroli, figli del capostipite Giovanni, titolare di un banco del pesce al mercato di piazza San Giovanni di Dio. Fuggendo dal palazzo usano il figlio di Proietti, che era visto uccidere il padre sotto gli occhi, come scudo umano). La gente di Monteverde vorrebbe rimuovere questa loro metà oscura che, a ben pensarci, esiste fin da tempi antichissimi. Siamo una terra che nell’antica Roma era ancora etrusca, sulla riva destra del Tevere, siamo l'ottavo e più misterioso colle, ben oltre transtiberim, con un misterioso tempio iniziatico che oggi chiamano ‘siriaco’, un territorio puntinato, altrove, di catacombe. Qui, nel bosco sacro della ninfa Furrina, venne ucciso uno dei Gracchi, qui c’è ancora il sangue delle trincee della Repubblica Romana”.
Lo studio romano di Gianfranco Franchi dista da Trieste 700 chilometri ma questa distanza, in lui, si avvicina in un solo battito di cuore, con l’amore indiscusso e dichiarato per una patria spezzata in due: la zona di Roma, appunto Monteverde, dove, nel 1952, si trasferirono dai Castelli il padre bambino di Franchi, insieme ai suoi genitori, uno romano e l’altra triestina-austriaca. E poi c’è la Trieste dei nonni materni, esuli Istroveneti, con cui Franchi trascorre le sue estati di bambino, ritrovando la madre, separatasi dal padre quando Franchi aveva 2 anni, (“fu uno dei primi divorzi dopo il referendum del 1978, anno della mia nascita”), respirando insieme alla nostalgia di una famiglia unita, quella di una terra perduta, ogni qualvolta la Panda rossa del nonno materno si dirigeva al confine jugoslavo, lungo quei 12 chilometri che erano una “distanza ridicola per Roma, abnorme per Trieste”. “Per tornare a casa degli antenati e vedere questa casetta di pietra, con la stalla e l'orto, lì, dove era rimasta una parte della famiglia della nonna, dovevamo passare il confine con graniciari jugoslavi con il mitra puntato perché l’auto di mio nonno aveva la targa italiana. E quando leggevano sui documenti che i miei nonni erano nati a Pirano e Umago si incattivivano ancora di più... Oltreconfine non ho mai dormito fino alla caduta della Jugoslavia, quando ho visto la sparizione dei quadri di Tito dalle case”. Erano gli anni della cortina di ferro e la famiglia di Franchi viveva il paradosso di essere, oltrefrontiera, straniera in patria e, a Trieste, altrettanto straniera in patria. E quando Franchi tornava a Roma dalle estati triestine, “soltanto sulla squadra di calcio fondavo la mia romanità”, scrive in un suo racconto, con le trasmissioni tv di Michele Plastino, quelle radio di Max Leggeri. “Non ho patria diversa da quella ideale, nel mio sangue ci sono tanti popoli e tante etnie, e scontri generazionali, culturali, sociali”, “spesso mi chiedo guardandomi allo specchio chi sono e a chi appartengo; a Monteverde per via di trent'anni di residenza, a Trieste per via della nascita”, “ho interiorizzato la frontiera”. Composto di contrasti, lo scrittore oggi si definisce “civis monteverdino, di sangue istro-austro-triestino e antico tiburtino” (in particolare nella memoria di Aefula, battagliera città latina che resistette per secoli agli antichi romani) ed anche “filelleno”, omaggio non solo ai suoi studi classici ma al movimento romantico che sostenne la lotta indipendentista dei greci dal giogo ottomano.
Basta entrare nel suo sito internet, gianfrancofranchi.com per capire quanto il mondo letterario italiano - in cui imperano consumi superficiali, i video emotivi dei booktoker hanno crescente seguito ed il lettore viene ammaestrato a scegliere in base a cliché narrativi, abbia bisogno di intellettuali come Franchi, per il quale una recensione – e stroncatura libera da ogni fine prezzolato - diventa un saggio in miniatura e non una questione di algoritmi. Non a caso il suo sito web Franchi lo ha intitolato “Porto Franco”, in cui possono approdare “lettori forti” e le idee circolare libere e profonde, in un’epoca di contenuti effimeri. Raccoglie, in 1523 schede, il corpus degli scritti di Franchi pubblicati su numerose riviste letterarie tra il 2002 al 2023.
L’ultimo aggiornamento risale però all’8 settembre 2023 con i consigli per i “naviganti” ed una suggestiva foto della biblioteca casalinga di Franchi che, come ha scritto in un suo racconto, “un giorno, quando sarò tornato alla terra e al mare, sarà un pezzo da collezione. Da letterato morto impiegato o qualcosa del genere, ibrida di doni di ogni genere, d'ogni etnia scrivente”. Nella pagina facebook di Porto Franco lo stop è avvenuto ancor prima: un post del 7 gennaio 2023 con una citazione di Gustav Dorè del 1855: “’In tutti i tempi in cui un'arte o un'industria crollano, resta sempre qualche centinaio di persone che protestano contro il diluvio di cose volgari e sono disposte a pagare per un oggetto curato il prezzo che merita’… e così, tanti e tanti anni più tardi, siamo di nuovo punto a capo. E aspettiamo con santa pazienza che l'industria del libro, con tutti i suoi debiti, la sua plasticaccia e il suo diluvio di cose volgari, stramazzi. Per poi rigenerarsi, su ben altri principi e per il poco pubblico ormai superstite”.
Buona parte delle recensioni di Porto Franco (lucide e preziose boe a cui aggrapparsi per chi cerca consigli letterari) provengono da Lankelot, una delle prime webzine letterarie italiane che (insieme a Carmilla e Nazione indiana) ha dato ossatura alla critica letteraria digitale in Italia. Franchi la fondò nel 2003 - facendovi confluire tre riviste universitarie, nate tra il suo ateneo di formazione, l’Università Roma Tre e la Trieste delle radici familiari - per poi dirigerla per un decennio, dirigendo decine e decine di collaboratori e firmando circa 2mila degli oltre 6mila articoli su letteratura, musica, cinema, dando luce ad artisti emergenti ma anche dimenticati ed alla “vera” piccola e media editoria di qualità. Un felice unicum di militanza intellettuale, un vivaio di lettori e letterati indipendenti, un avamposto di resistenza culturale libero da condizionamenti commerciali e conventicole di potere. “Un'isola che non c'era, un luogo dove la letteratura viene trattata con il rispetto e la ferocia che merita, senza guardare in faccia ai grandi gruppi editoriali o alle conventicole di potere”, per tornare alle parole di Lupi: “Franchi è un critico bulimico, un lettore onnivoro che scava tra le macerie della piccola editoria per cercare il diamante grezzo, portando avanti una battaglia culturale solitaria ma necessaria contro l'omologazione del gusto contemporaneo".
“Facevamo dei numeri per l'epoca pazzeschi perché la gente sul web ancora leggeva e non guardava soltanto. Ora si scrolla e basta… - prosegue -. La permanenza di lettura è di pochi secondi, un deterioramento spaventoso. Siamo in un’epoca estranea alla letteratura ed in cui gli stessi suoi rappresentanti si ammazzano per gli avanzi, cosa che per me culturalmente è proprio inaccettabile. Fondare una casa editrice? Ci ho iniziato a pensare nel 2007. L’avrei voluta chiamare Fiamma, come mia sorella, come omaggio alla Fiammetta di Boccaccio. Ma ho capito nel tempo che o ci si immola oppure si va incontro ad un grave vuoto di richiesta e di interesse. Resta un mio sogno, non sostenibile economicamente. Già negli anni ’70, come ricorda Bianciardi, l’intellettuale era pagato come un operaio, ma poteva vivere dignitosamente. Quando ho cominciato a lavorare in campo editoriale a metà anni Duemila a questo salario ci arrivavo solo nei mesi migliori, pur lavorando senza sosta ogni giorno, arrotondando con quale qualche spiccio coi diritti d'autore. Senza contare l'odierna, arrembante e ingombrante intelligenza artificiale che significa fine del lavoro di tanti addetti ai lavori della filiera del libro. In questo momento storico l'unica figura in campo editoriale che ha la possibilità di resistere all'intelligenza artificiale è quella del cronista. Perché ha lo spirito di iniziativa e l’intelligenza che la AI non avrà mai. Oggi Roma è la città in cui non aprono certo case editrici che possano dare condizioni salariali decorose ma piuttosto ristoranti, bar e b&b con un proliferare assurdo e inspiegabile che sta modificando il tessuto sociale, la gestione degli affitti, la qualità della vita nei condomini tra turisti e trolley, con i prezzi di negozi e ristoranti che salgono alle stelle. Ci vogliono far diventare tutti come Trastevere, che ormai è una Disneyland, antropologicamente estranea alla sua storia, offensiva ed alienante”.
Franchi oggi lavora (da remoto) per l’Istituto di cultura istriana fiumana e dalmata di Trieste e si dichiara apertamente “fratello dei piccoli popoli”: ovviamente degli istroveneti della diaspora, ma anche dei ciprioti, degli armeni, dei tibetani, degli assiri, dei greci, dei sudanesi, dei rwandesi, dei sami, dei palestinesi gazawi ma anche degli ebrei feriti da 90 generazioni di diaspora ed ora diffamati e minacciati come se loro fossero responsabili di quanto fa il governo israeliano (Franchi va invocando il sionismo di Theodor Herzl, “visione politica nobile: intrisa di profonda umanità, incendiata da una sensibilità socialista e da rivendicazioni di tutela dei lavoratori davvero d’avanguardia”). “Al mio battesimo c'era un padrino della comunità ebraica romana ed un padrino cristiano, ho tanti amici nella comunità ebraica romana e qualche tempo fa, dopo un mio post contro l’antisemitismo imperante, ho perso in poche ore decine di contatti e passato settimane a fronteggiare insulti…Non so. Neanche un secolo fa sono stati ammazzati due milioni su 9 milioni di cambogiani. Quando, una ventina di anni fa, lessi ‘Il secolo dei genocidi’ di Bernard Bruneteau, ne fui scioccato. E oggi dico: abbiate pietà di ogni popolo che soffre un’ingiustizia, non fatevi telecomandare. Chiediamoci come sia stato possibile che i massimi intellettuali dell’epoca, neanche un secolo fa, non abbiano denunciato il massacro di 2 milioni su 9 milioni di cambogiani. Come è possibile che non si denunci mai che il nord di Cipro, da mezzo secolo, è occupato dai turchi contro ogni diritto internazionale, che non si ricordino i 160mila esuli greco-ciprioti, le decine di miglia di desaparecidos, la sostituzione etnica con i coloni dall'Anatolia, le chiese trasformate in stalle, le fortezze demolite, una storia millenaria cancellata. Capitai a Famagosta in viaggio di nozze (la moglie, Cristina Bellino, archeologa, ha lavorato nel celebre scavo di Ebla, diretto da Paolo Matthiae) e ritrovai le stesse cose, la catastrofe antropologica, vista da bambino in Istria. A Cipro, lì a Bellapais, c’è ancora la casa di Lawrence Durrell. L’editoria italiana ha fatto finire fuori catalogo da 40 anni il suo libro ‘Gli amari limoni di Cipro’. Una biografia dei tre anni, dal 1953 al 1956, vissuti dallo scrittore britannico nell’allora colonia britannica quando i ciprioti insorsero per chiedere l’annessione alla Grecia. Durrell tentò di mediare inutilmente tra inglesi ed i tanti amici greci e turchi che aveva sull'isola e vide distrutto il suo pacifico angolo di mediterraneo in cui il luminoso paesaggio, per chi ha il cuore rivolto al mondo classico, come fu per Durrell, smette di essere natura per diventare una forma di geometria dell’anima, in una continuità sensoriale che annulla i millenni. “Mi sarebbe piaciuto scrive un libro su Cipro proprio per arrivare a parlare del mio grande sogno, di vedere vivere insieme italiani, croati, sloveni, tutti insieme in un paese che si chiama Istria, nel cuore degli Stati Uniti d’Europa, democratici, libertari, nemici dei domini nazionalistici, in pace con serbi, montenegrini, bosniaci, greci macedoni e slavo-macedoni, nel rispetto della storia ormai più che millenaria degli slavi affacciati sull’Adriatico. Oggi mi rendo ben conto che non faccio parte di un tempo che potrà riuscire a vederlo. È un libro che avrei dovuto scrivere ma ho preferito non farlo. Sarei troppo partigiano, non sarei leggero e sento la responsabilità di questo verso i contemporanei ma soprattutto verso i miei antenati. Forse potrei arrivarci attraverso una biografia. Non ce n’è nessuna, ad esempio, su Ligio Zanini. La sua storia è esemplare. Un istriano, rovignese, partigiano comunista ma che, da italiano, da istroveneto, nel dopoguerra si schiera a fianco degli slavi e si ritrova, da socialista e da idealista, ostile a Tito e... a un tratto si ritrova rinnegato da tutti, dagli jugoslavi che lo arrestano, che lo imprigionano nel campo di concentramento di Goli Otok. Un povero Cristo che scriveva poesie, faceva il pescatore e credeva nella sua gente e nei suoi ideali di fratellanza e uguaglianza” spiega Franchi che dedicò nel 2015 a Zanini una puntata a RadioRai Friuli-Venezia Giulia (anche sul fronte radiofonico oggi Franchi è silente e nel suo racconto “Come sparire della radio” spiega, in parte, perché), “per la quale mi hanno sparato da sinistra e da destra” ricorda Franchi. All’epoca definì “Martin Muma” di Zanini, pubblicato nel 1990 e fino a pochissimi anni fa pressoché introvabile, “uno dei massimi romanzi italiani del Novecento” e “il massimo risultato della letteratura degli istriani ‘rimasti’”, “il leale passaggio di testimone della lezione dei Malavoglia di Verga e degli anarchici toscani della Piazza d’Italia di Tabucchi: è la tragedia dei figli del popolo raccontata, con grazia e compostezza, da un figlio del popolo”, “antieroico, isolato e lucidissimo”. E come il Martino narrato da Zanini appare “forte proprio per la sua fragilità, che lo rende più leggero d'una piuma”, anche Franchi ha scelto l’isolamento “come reazione al peso del vivere”. Non a caso sceglie i versi di “One art” di Elizabeth Bishop per descrivere se stesso in un post nel giorno del suo ultimo compleanno: “48 anni. Più o meno così: ‘Ho perso due città, adorabili. E, più vasti, alcuni regni che possedevo, due fiumi, un continente. Mi mancano, ma non è stato un disastro. L'arte di perdere non è difficile da padroneggiare, così tante cose sembrano destinate a essere perdute che la loro perdita non è un disastro. Perdi qualcosa ogni giorno’”. Ed il suo stesso Porto Franco si apre con una citazione di Lord Byron del 1817, in una lettera inviata da Venezia a Thomas Moore, del famoso distico elegiaco “Inveni portum” (“ho trovato infine il mio approdo. Vi dico addio Speranza e Fortuna. Abbastanza mi avete ingannato, ora prendetevi gioco di altri”): “Oh, amico mio, inveni portum — Quale 'portum'? Il vino Porto, suppongo — l'unico porto che abbia mai cercato o trovato, da quando lo conosco” (ma più che alcolico il vezzo bevitore di Franchi pare risieda nei mug, tazze da caffè di ogni foggia).
L’ultima uscita editoriale di Franchi risale al 2012 e si intitola emblematicamente “L’arte del piano b. Un libro strategico”. Una riflessione su come “dare un senso alla propria vita”, sul “rimettersi in discussione” e “porsi contro l'ordine costituito che ci vuole tutti inquadrati e produttivi”. Ed un rimando ad un racconto di anni prima in cui aveva definito l’estetica del lato b, che fosse quello di un disco, delle occhiaie di una donna appena sveglia, dei tagli fatti nella redazione di un articolo, del tifo per una squadra di calcio fin dalle giovanili, il più lirico “tra gli ossi di seppia del secondo ’900”, “una pagina per pochi” con “la voglia di andare oltre, di sapere qualcosa di diverso, di difficilmente comprensibile”, “e scoprire che in quei frammenti c’è tutto il suo Dna”. In una intervista al magazine Mangialibri, animato peraltro da un altro monteverdino, David Frati, Franchi si definisce un “evangelista pianobista: uno che ha deciso di omaggiare la fantasia, l'insolenza e l'irriverenza di quelle figure misteriose, stravaganti e fiabesche che riescono a cambiare la loro vita, lo stato delle cose e a rovesciare la tristezza e la malinconia”. E così chiosa: “Mi auguro che i nostri figli sappiano usare le mani, che siano l'opposto di noi intellettuali leggerini che ci siamo consacrati alla letteratura, alla storia, alla filosofia pensando che fossero l'unica cosa che esisteva al mondo e per cui valeva la pena vivere”. E ovviamente anche questo lo dice sorridendo e non possiamo credergli fino in fondo. E piuttosto invochiamo il punto che chiude i 17 articoli dei suoi “Diritti del letterato”: “La fantasia e la satira sono un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato”. O ancor meglio una citazione di Frank Serpico la cui biografia - abbandonata da Rizzoli – venne recuperata proprio da Gianfranco Franchi nei suoi anni di talent scout editoriale, elevandolo a suo eroe personale: “Mi dicevano che ero un idealista. Ma l'idealismo non è altro che la verità vista da chi ha paura di affrontarla”. Foto di Fiamma Franchi (25 feb - Marina Greco)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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