In un dialogo tra Oriente e Occidente, dove la storia dell’arte occidentale si intreccia con la sensibilità contemporanea cinese lungo le vie dell’Eurasia, dal 6 marzo all’8 aprile arriva per la prima volta a Roma, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, diretta da Renata Cristina Mazzantini, un’artista donna che è una delle più interessanti firme della scena pittorica cinese contemporanea, Gulistan, con la mostra Time Garden, a cura di Gabriele Simongini. Nello stesso museo che custodisce capolavori di Modigliani, Morandi e Boccioni, particolarmente ammirati dalla stessa Gulistan (il cui nome significa “Giardino di Rose”), si inserisce così la voce di un’artista che costruisce ponti visivi e spirituali tra due mondi, attraverso una pittura che è essa stessa incontro, in cui i pigmenti minerali dei murales di Dunhuang dialogano con la solidità dell’affresco occidentale, le linee calligrafiche orientali si confrontano con la struttura e la tensione della modernità europea. La Via della Seta – più che un singolo percorso, una rete di strade e relazioni – ha messo in contatto popoli, lingue, religioni, immagini. Gulistan ha studiato e attraversato quei territori, partecipando anche a indagini archeologiche lungo quel tracciato: da qui nasce Time Garden, un corpus di 45 opere in cui le tempeste di sabbia di Dunhuang si intrecciano idealmente con la luce di Roma, il vuoto contemplativo dell’estetica orientale incontra il “non finito” occidentale. Per Gulistan l'arte al femminile non dovrebbe essere confinata alla "lotta per l'identità e parità di genere", come dice lei stessa, ma dovrebbe impegnarsi a "manifestare la verità dell'essere attraverso la sensibilità femminile e i suoi modi unici di percepire il mondo". Il tempo, per Gulistan, non è una linea che procede in modo rettilineo e irreversibile, ma un giardino in cui ogni fiore rappresenta un momento di memoria, un frammento di civiltà, un codice culturale che continua a vivere e a trasformarsi; la sua pittura si fonda così su una concezione circolare dell’esistenza, dove passato e presente si compenetrano senza soluzione di continuità e dove Oriente e Occidente non vengono giustapposti come poli opposti, ma si fondono in una coesistenza profonda e simbiotica che attraversa temi, immagini e linguaggi. Un percorso in cui spazio mentale e spirituale, memoria, storia e immaginazione fioriscono invitando il visitatore a camminare tra le opere come in un paesaggio, seguendo un itinerario fatto di rimandi, stratificazioni e connessioni. Nella serie Fragments of Time le tonalità terrose e la stasi contemplativa di Morandi convivono con il rosso ocra delle pitture murali di Dunhuang e con le linee calligrafiche orientali. In altre opere, le Apsaras in volo delle grotte cinesi trovano un’inaspettata sintonia con il dinamismo di Boccioni. Nella serie The Nature of Memory frammenti di scultura romana si innestano sulle silhouette sfumate di figure femminili orientali, mentre in Memory of the Portraits il “non finito” dialoga con la rarefazione dell’inchiostro su carta della tradizione cinese. Al centro di questa visione c’è il camminare, inteso non solo come esperienza fisica ma come pratica interiore: è nel viaggio, nell’attraversamento dei paesaggi, delle rovine, dei siti antichi e delle stratificazioni storiche, così come nella sedimentazione dei ricordi personali, che prende forma la sua pittura, perché il passo diventa misura dello spazio e del tempo, gesto creativo e insieme meditazione, modo per ascoltare i luoghi e tradurne l’energia in immagini. Anche la tecnica riflette questo ponte tra culture, poiché Gulistan spesso unisce colori a olio e pigmenti a base d’acqua, fondendo le pratiche in una coesistenza morbida e naturale, e le sue figure – sospese tra sogno e memoria, tra apparizione e dissolvenza – emergono sulla tela come presenze leggere, in equilibrio instabile e poetico tra ciò che è stato e ciò che continua a diventare. Visitabile fino all’8 aprile alla GNAMC di Roma, Time Garden è sostenuta e organizzata dalla Fondazione per l'arte cinese in Italia e Co-organizzata da Federazione Internazionale delle Artiste Femminili 923 Art Space. (gci)
UN’ESPOSIZIONE CHE RACCONTA IL MAESTRO SPIRITUALE ZANABAR
Un’occasione per scoprire un’importante figura della storia della Mongolia. Dallo scorso 27 febbraio al 7 aprile il MAO - Museo d’Arte Orientale di Torino, in collaborazione con la Galleria Borghese di Roma, presenta al pubblico per la prima volta in Europa due straordinarie opere del tulku Zanabazar, maestro spirituale e incredibile artista e innovatore del XVII secolo. Nato nelle steppe mongole nel 1635, Zanabazar fu una figura di primo piano del buddhismo tibetano in Mongolia in quel periodo, tanto da essere riconosciuto con il nome di Ondor Gegeen, Sua Santità l’Illuminato, e primo Khutuktu Jebtsundamba, massima autorità religiosa della scuola riformata Gelugpa (cappelli gialli) del buddhismo tibetano in Mongolia, venerato come reincarnazione di uno dei cinquecento discepoli originari del Buddha. Dichiarato leader spirituale dei mongoli nel 1639, quando aveva solo quattro anni, fu anche riconosciuto dal V Dalai Lama (1617-1682) come la reincarnazione dello studioso buddhista indiano Taranatha. Nel corso di quasi 60 anni, Zanabazar promosse fra la popolazione mongola la scuola riformata Gelugpa (a cui appartiene anche il Dalai Lama) soppiantando le tradizioni Sakya o “Cappello Rosso” (o scuola antica pre-Gelugpa) che avevano precedentemente prevalso nella zona, e influenzò profondamente gli sviluppi sociali e politici della Mongolia del XVII secolo. Oltre a essere un brillante studioso e un’autorità spirituale di rilievo, Zanabazar fu anche un artista poliedrico: a noi sono giunte alcune opere firmate da lui stesso, pratica poco frequente nella produzione religiosa buddhista. Zanabazar è considerato il più grande scultore mongolo della sua epoca: a lui e ai membri della sua scuola si devono le maggiori opere realizzate in Mongolia in età moderna, fra cui una straordinaria Tara verde e un autoritratto-scultura in bronzo dello stesso Zanabazar in trono. Esposti dal 20 gennaio al 22 febbraio nel salone d’ingresso della Galleria Borghese di Roma, i due capolavori sono in mostra al MAO dallo scorso 27 febbraio fino al 7 aprile all’interno della sezione della collezione permanente dedicata all’Asia meridionale, centrale e alla regione himalayana, creando un dialogo con i manufatti provenienti dall’Himalaya, soprattutto dall’antico monastero di Densatil - in Tibet Centrale - a cui Zanabazar si ispirò per le sue creazioni scultoree e i suoi dipinti religiosi. Le opere, in prestito in Italia e in Europa per la prima volta dal Museo Nazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar in occasione delle esposizioni a Roma e Torino, si contraddistinguono per un eccezionale valore estetico e spirituale e sono connotate da un linguaggio innovativo e accessibile, capace di parlare direttamente allo sguardo e all’animo dei visitatori (e dei fedeli). Il progetto intende inoltre favorire uno scambio interculturale tra Italia e Mongolia, rafforzando il dialogo tra istituzioni nazionali e internazionali; in questo contesto è prevista nell’estate 2026 un progetto espositivo che porterà alcuni frammenti provenienti dal monastero di Densatil della collezione del MAO presso il Chinggis Khaan National Museum, unitamente a una riedizione dell’installazione multimediale del duo Ritu Sarin e Tenzing Sonam che rilegge il valore di questa preziosa raccolta attraverso la narrazione in prima persona della scultura di Virudhaka, (Re Guardiano del Sud), una delle quattro statue che presidiavano i punti cardinali di uno dei preziosissimi stupa metallici del monastero. Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione, edita da Silvana Editoriale, con testi istituzionali di MAO, Galleria Borghese e Chinggis Khaan National Museum, oltre a nuovi saggi di esperti quali Thupten Kelsang e Chiara Bellini e approfondimenti sulle opere in mostra con traduzioni in italiano e in inglese. (gci)
A PADOVA L’ARTE VISIONARIA DI ESCHER
Un’esposizione che racconta l’artista olandese che ha saputo creare opere uniche al mondo, fondendo arte matematica e illusione ottica in un universo visionario e immaginifico. Dallo scorso 18 febbraio al 19 luglio, il Centro Culturale Altinate - San Gaetano di Padova ospiterà la più grande e completa esposizione dedicata a M.C. Escher (Maurits Cornelis Escher), intitolata "M.C. ESCHER. Tutti i capolavori". Escher (1898–1972), artista dal carattere introverso e dalla genialità fuori dal comune, ha saputo, attraverso le sue incisioni, creare universi visionari e paradossali in grado di accompagnare lo spettatore in dimensioni impossibili, in cui arte e logica si intrecciano con matematica, scienza, fisica e design, dando forma a un immaginario senza tempo. Dopo una formazione iniziale nei Paesi Bassi, trovò in Italia una decisiva fonte d’ispirazione, dove visse stabilmente dal 1922 al 1935, soprattutto a Roma. Durante questi anni viaggiò a lungo nel Sud e nel Centro Italia, realizzando numerosi disegni di paesaggi, borghi arroccati e architetture medievali. La mostra di Padova, attraverso l’esposizione di oltre 150 opere tra cui tutti i suoi più celebri capolavori – tra cui Mano con sfera riflettente (1935), Giorno e Notte (1938), Metamorfosi II (1939-1940), Relatività (1953) e Belvedere (1958) e molti altri – ripercorre tutta la vita e la creazione artistica di M.C. Escher, cominciando dai primi lavori (come la Serie Flor de Pascua del 1921), fino alle sue ultime opere. Il concept, unico e inimitabile, fa di questa mostra un grande successo in tutto il mondo. Dalle tassellazioni alle metamorfosi, dalle superfici riflettenti ai paradossi geometrici, nella mostra sono esposte tutte le opere realizzate da M.C. Escher, dagli esordi ai viaggi in Italia e nel Mediterraneo, attraverso le molteplici tecniche da lui esplorate nel corso della vita, che lo hanno reso una figura assolutamente unica nel panorama artistico internazionale. L’esposizione è arricchita da un allestimento coinvolgente e scenografico e propone numerosi momenti didattici ed esperienziali. Accanto alle opere originali, il percorso espositivo propone un ricco apparato didattico con video, approfondimenti e installazioni interattive che permettono a grandi e piccoli di comprendere meglio il percorso creativo di M.C. Escher, la sua progressiva astrazione, le prospettive impossibili e la costruzione di mondi apparentemente plausibili ma incompatibili con la realtà. Tra le installazioni più spettacolari e coinvolgenti la Relativity Room che altera le percezioni di scala e orientamento; la Mirror Room dove i riflessi si moltiplicano all’infinito; la postazione interattiva “Mano con sfera riflettente” che, ispirandosi all’iconica opera, permette ai visitatori di diventare M.C. Escher; e ancora la postazione interattiva che riproduce un particolare di un altro capolavoro, “Galleria di stampe”, consentendo al pubblico di sperimentare l’“effetto droste”, la ripetizione dell’immagine dentro l’immagine. Inoltre, a completare la straordinaria offerta padovana, presso i Musei Civici Eremitani, per la prima volta al mondo viene presentata una straordinaria installazione in realtà virtuale. I visitatori saranno invitati a vivere un’esperienza immersiva sorprendente: un viaggio all’interno delle sue opere più celebri, tra architetture impossibili, scale che sembrano non avere fine e spazi che ribaltano ogni certezza. Un’esperienza spettacolare e coinvolgente, unica nel suo genere, che permette di sperimentare i paradossi delle costruzioni escheriane, entrandoci dentro non in maniera statica ma muovendosi per attraversare porte, prendere ascensori e cambiare punti di osservazione in una stessa scena. Il pubblico non è più semplice spettatore ma protagonista di una dimensione onirica in cui, per un tempo limitato ma percepito come dilatato, la realtà diventa quella dei mondi di M.C. Escher. Una mostra-evento che conferma Padova come importante capitale culturale e che restituisce al pubblico l’opera di M.C. Escher nella sua forma più autentica e completa. La mostra “M.C. ESCHER. Tutti i capolavori”, curata da Federico Giudiceandrea, presidente della M.C. Escher Foundation, con il patrocinio dell’Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi, è promossa dal Comune di Padova ed è prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione la M.C. Escher Foundation, la M.C. Escher Heritage e Maurits. La mostra vede come sponsor Generali Valore Cultura e AcegasApsAmga, special partner Ricola e mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale. Catalogo edito da Moebius. (gci)
“AVANTI!”: UN’ESPOSIZIONE PER SCOPRIRE BASELITZ
Il Museo Novecento di Firenze presenta “Baselitz. AVANTI!”, una grande mostra dedicata a uno dei protagonisti assoluti dell’arte contemporanea, realizzata in collaborazione con lo studio dell’artista. Dal 25 marzo al 13 settembre, il museo accoglie per la prima volta in Italia un progetto espositivo di ampio respiro che mette al centro una dimensione fondamentale e spesso meno esplorata della pratica di Georg Baselitz: l’incisione. Distribuita sui tre piani del museo, la mostra riunisce circa 170 opere, tra stampe, dipinti e sculture, restituendo la complessità e la radicalità di una ricerca che attraversa oltre sessant’anni di lavoro. Le opere selezionate raccontano la varietà dei temi affrontati dall’artista e ribadiscono la sua idea di arte come processo, trasformazione e gesto sovversivo, lontano da ogni forma di armonia rassicurante. Nato nel 1938 in Germania come Hans-Georg Kern e cresciuto tra le rovine della Seconda guerra mondiale, Baselitz fa della distruzione, financo della tragedia storica, culturale e sociale, una matrice fondante della propria opera. Figura pionieristica e anticonformista del secondo dopoguerra, l’artista ha promosso un rinnovamento radicale del linguaggio artistico, mettendo in crisi l’ordine accademico e rifiutando ogni modello precostituito. Celebre il suo rovesciamento delle immagini, atto simbolico e concettuale che destabilizza la visione e costringe lo spettatore a ricominciare da capo. La mostra mette inoltre in luce il legame profondo tra l’artista e Firenze, città che ha avuto un ruolo decisivo nella sua formazione. Baselitz soggiorna a Firenze per circa sei mesi nel 1965, dopo aver vinto la borsa di Villa Romana, entrando in contatto con l’arte anticlassica ed espressionista del Cinquecento italiano, in particolare con Rosso Fiorentino, Domenico Beccafumi e Jacopo da Pontormo. Tra il 1976 e il 1981 torna più volte in città, fino alla personale del 1988 presso la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio. La mostra “AVANTI!” offre l’opportunità di confrontarsi con una delle più grandi personalità della storia dell’arte, non solo del nostro tempo, che ha saputo demolire la tradizione figurativa per rigenerarla dalle sue stesse ceneri. (gci)
TORINO, ESPOSTO UN SECOLO DI STATUARIA COMMEMORATIVA
L’Italia custodisce il più grande museo a cielo aperto del mondo: un patrimonio diffuso di monumenti e statue commemorative che abitano piazze e vie di città grandi e piccole, spesso ignorato o dato per scontato, ma centrale nella costruzione dell’identità collettiva del Paese. È proprio l’esperienza italiana, infatti, ad aver definito un modello monumentale che si è imposto a livello internazionale. A partire dalla statua equestre di Marco Aurelio, ancora oggi fulcro simbolico del Campidoglio a Roma, la statuaria pubblica ha attraversato i secoli, dall’Umanesimo al Rinascimento, per trovare una straordinaria intensità espressiva nei decenni successivi all’Unità d’Italia. “MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria”, progetto espositivo a cura Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’amministrazione civica, dallo scorso 26 febbraio al 7 settembre nella Sala del Senato di Palazzo Madama, a Torino, nasce dall’incontro tra una necessità di rilettura critica e un’occasione concreta: la capillare campagna fotografica condotta da Giorgio Boschetti, che ha restituito ai monumenti torinesi una presenza nuova e inattesa. Attraverso immagini notturne di forte impatto, le statue emergono dal buio come figure isolate, sottratte al rumore urbano e restituite a uno sguardo ravvicinato, capace di coglierne espressioni, posture e tensioni formali. Un lavoro che non documenta soltanto, ma riattiva, trasformando la città in un vero e proprio Teatro della Memoria. A queste immagini fa riscontro l’imponente mappa di Torino realizzata a china su carta da Alessandro Capra, che ha adottato una sorprendente soluzione “ibrida”: la veduta zenitale del cuore antico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una veduta a volo d’uccello, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati ad uno ad uno in singole formelle lungo i bordi, in una visione complessiva che consente a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio. La mostra indaga un secolo di statuaria commemorativa pubblica a Torino concentrandosi su oltre cinquanta gruppi scultorei e offrendo una lettura storico-critica, artistica, urbanistica e sociale delle scelte che hanno modellato il volto simbolico della città. (red)
A ROMA IL PROGETTO ESPOSITIVO SU FRANCESCO VACCARONE
Un’occasione per approfondire l’arte e il percorso di Francesco Vaccarone: dal 20 marzo al 3 maggio Palazzo Merulana a Roma, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi e gestito e valorizzato dalla direzione artistica di Coopculture, ospita la mostra “Francesco Vaccarone a Roma 1970-1976”, un intenso progetto espositivo dedicato a una figura centrale e oggi sorprendentemente ancora poco raccontata della cultura italiana del secondo Novecento. L’esposizione, a cura di Umberto Croppi e Paolo Asti, prodotta dall’associazione Startè, nasce dal desiderio di riportare luce su un artista poliedrico, capace di attraversare oltre sessant’anni di sperimentazione mantenendo sempre vivo un dialogo serrato tra ricerca formale, impegno civile e riflessione sul ruolo dell’immagine nella società contemporanea. La mostra non è solo un tributo, ma anche un tassello che va a riempire un vuoto importante nel mosaico della Storia dell’arte del secolo scorso. In questa prospettiva, Palazzo Merulana si conferma luogo di rilettura critica del Novecento italiano, in particolare offrendo al pubblico l’occasione di incontrare il maestro Vaccarone nel suo rapporto con Roma e con gli artisti con cui nella Capitale si è confrontato e ha avuto un dialogo critico e creativo. (gci)
NELLA FOTO. Time Garden – GULISTAN – GNAMC – Foto via China - Eu Art Foundation ETS
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