Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

L’INFERNO LIBANESE
METTE IN CRISI LA TREGUA

L’INFERNO LIBANESE <BR> METTE IN CRISI LA TREGUA

L'inferno in terra. Per dieci minuti, una violenza apocalittica si è riversata sul Libano dall'attacco più massiccio mai scatenato dall'aviazione israeliana sul Paese dei cedri. Le bombe e i missili dello Stato ebraico non hanno fatto distinzione tra i pochi militanti di Hezbollah effettivamente “neutralizzati” e i tantissimi civili innocenti uccisi o orrendamente feriti nel raid. La precisione chirurgica decantata dai portavoce militari si è scontrata con la realtà dei quartieri sventrati a Beirut, delle polveriere improvvisate nella Valle della Beqaa e del fumo nero che oggi oscura il cielo del Libano meridionale.

IL MASSACRO IN DIECI MINUTI: LA CRONOLOGIA DELLA DISTRUZIONE. Ieri, in un arco temporale di appena seicento secondi, Israele ha colpito simultaneamente oltre 100 obiettivi in tutto il territorio libanese. Non è stata un'operazione di logoramento, ma un urto brutale volto a decapitare la catena di comando e logistica di Hezbollah prima che la tregua potesse stabilizzarsi. Oggi il Libano si è svegliato in una giornata di lutto nazionale, con le bandiere a mezz'asta e il suono delle sirene delle ambulanze che ancora percorrono le strade di Beirut. Il bilancio ufficiale fornito dal Ministero della Salute libanese parla di almeno 182 morti e quasi 900 feriti, ma i numeri reali che filtrano dalle testate internazionali sono decisamente più drammatici: si contano 254 decessi e 1.165 feriti.

Tra le macerie degli edifici residenziali colpiti ieri a Beirut, le squadre di soccorso scavano ancora a mani nude. Il Primo Ministro libanese, Nawaf Salam, ha denunciato l'uso indiscriminato della forza contro “civili pacifici e disarmati”. Leggendo tra le righe delle comunicazioni del governo di Beirut, appare chiaro che la mobilitazione di “tutte le risorse politiche e diplomatiche” citata da Salam sia un ultimo, disperato tentativo di evitare il collasso totale dello Stato, ormai incapace di garantire la sicurezza minima ai propri cittadini di fronte a una macchina da guerra che non sembra accettare i vincoli della tregua.

L’INCOGNITA DELLO STRETTO DI HORMUZ E LA SFIDA DI TEHERAN. Mentre il Libano brucia, a migliaia di chilometri di distanza, il cuore energetico del mondo ha subito un nuovo sussulto. L'emittente iraniana PressTV ha riferito ieri che lo Stretto di Hormuz è stato nuovamente chiuso. Il segnale più inquietante è arrivato dalla petroliera AUROURA: secondo i dati di tracciamento, la nave ha effettuato un'improvvisa inversione di rotta di 180 gradi proprio mentre si apprestava a uscire dallo stretto. Oggi il sito MarineTraffic conferma che la nave è “all'ancora” nel Golfo Persico, segno tangibile di un blocco che non è solo burocratico, ma fisico e coercitivo. Questa mossa iraniana non è un semplice atto di pirateria, ma un messaggio diretto a Washington: se Israele continua a colpire gli asset di Teheran nel Levante, la Repubblica Islamica è pronta a soffocare l'economia globale. La chiusura di Hormuz è la “pistola fumante” di una diplomazia che ha esaurito le parole e si affida ai fatti compiuti per forzare la mano di Donald Trump.

LA RISPOSTA DI HEZBOLLAH E IL FALLIMENTO DEL CESSATE IL FUOCO. Questa mattina, la milizia sciita Hezbollah ha rotto il silenzio delle armi. Con un comunicato ufficiale, il gruppo ha dichiarato di aver lanciato una salva di razzi contro il nord di Israele in risposta alle “violazioni del cessate il fuoco” perpetrate ieri dallo Stato ebraico. È il primo attacco diretto dall'entrata in vigore dell'accordo e segna, di fatto, la fine della fase di osservazione. La dinamica è quella classica dell'escalation: Israele colpisce per prevenire, Hezbollah risponde per non perdere credibilità interna. Il risultato è che il confine settentrionale è tornato a essere una linea di fuoco attiva, vanificando settimane di sforzi diplomatici sotterranei.

LA CONDANNA DELL’ONU E L’ISOLAMENTO DELLA DIPLOMAZIA. Dalle Nazioni Unite, il Segretario Generale Antonio Guterres ha usato parole inusualmente dure. Attraverso il portavoce Stephane Dujarric, Guterres ha condannato ieri i “massicci attacchi sferrati da Israele”, sottolineando come la morte di centinaia di civili, inclusi bambini, rappresenti un “grave rischio” per la tenuta dell'accordo tra Stati Uniti e Iran. La dichiarazione “non esiste una soluzione militare al conflitto” suona però oggi come un amaro epitaffio su una crisi che sembra nutrirsi esclusivamente di violenza. La percezione al Palazzo di Vetro è che le parti abbiano ormai accettato il rischio di una guerra regionale totale, utilizzando la tregua solo come finestra tattica per riarmarsi o riposizionarsi.

IL SANGUE DEI GIORNALISTI E IL PREZZO DELL’INFORMAZIONE. Il conflitto continua a mietere vittime anche tra chi tenta di raccontarlo. Ieri, un attacco di droni a ovest di Gaza City ha ucciso Mohammed Wishah, corrispondente di Al Jazeera Mubasher. È il dodicesimo giornalista della testata qatariota a cadere sotto il fuoco israeliano dal 2023. Il dato complessivo è spaventoso: almeno 262 giornalisti uccisi a Gaza dall'inizio dell'offensiva. Questi numeri, uniti alla stima di 700 palestinesi uccisi nel territorio dall'ottobre 2025 nonostante il sedicente “cessate il fuoco”, indicano che la striscia di terra rimane un buco nero per i diritti umani e la trasparenza internazionale. L'eliminazione sistematica di chi documenta i fatti suggerisce una volontà precisa di controllare la narrazione attraverso il vuoto informativo.

IL RITORNO DEL “BASTONE” DI TRUMP. In questo scenario di caos, Donald Trump è tornato a far sentire la sua voce con la consueta irruenza comunicativa. Su TruthSocial, il presidente ha minacciato ieri una ripresa dei raid in forma ancora più devastante se l'Iran non accetterà un “vero accordo”. Trump ha parlato di un impegno totale di “navi, aerei e personale militare statunitense” per la “distruzione letale” di un nemico descritto come già indebolito. Sebbene abbia definito “altamente improbabile” il fallimento dell'intesa, il suo avvertimento è stato netto: se l'accordo dovesse saltare, “inizieranno le sparatorie, più grandi, migliori e più forti di quanto chiunque abbia mai visto prima”.

La sottolineatura “NIENTE ARMI NUCLEARI” relativa alla Repubblica islamica unita a quella che lo Stretto di Hormuz “SARÀ APERTO E SICURO” evidenzia quali siano le vere linee rosse della Casa Bianca. Trump non sta parlando di pace, ma di una resa incondizionata dettata dalla forza. La sua strategia della “maximum pressure” sembra ora evolversi in una minaccia di annientamento diretto, lasciando pochissimo spazio alla mediazione iraniana. Nelle ultime 14 ore, il silenzio di Teheran rispetto a queste minacce è assordante e potrebbe preludere a una mossa simmetrica nello scacchiere del Golfo. Quello che emerge dalle ultime ore è dunque un quadro di estrema instabilità dove la tregua appare come una fragile impalcatura pronta a crollare sotto il peso degli interessi nazionali. Israele sembra deciso a eradicare Hezbollah indipendentemente dal costo in vite civili e dai moniti internazionali. L'Iran, dal canto suo, usa il petrolio come scudo e lo Stretto come leva di ricatto. In mezzo, un Libano martoriato che oggi piange i suoi morti e una comunità internazionale che osserva, impotente, il fallimento della politica di fronte alla logica delle armi. La partita per il controllo del Medio Oriente non è mai stata così vicina a un punto di non ritorno, dove la diplomazia non è più una soluzione, ma solo un intervallo tra un bombardamento e l'altro.

(9 APR – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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