di Paolo Pagliaro
Lo stretto di Hormuz è il palcoscenico di una crisi che si trascina da mesi e rischia di incendiare il mondo. Ma pochi ricordano che anni fa quel luogo fu teatro di uno degli eventi più drammatici delle guerre occidentali in medio oriente. Il 3 luglio 1988, un Airbus dell'Iran Air che volava da Bandar Abbas a Dubai, mentre sorvolava lo Stretto venne colpito da un missile terra-aria lanciato da un incrociatore americano. Morirono le 290 persone a bordo, compresi 66 bambini, La versione americana parlò di un tragico errore mentre secondo il governo di Teheran, il velivolo civile era stato abbattuto intenzionalmente. L’allora vicepresidente Bush dichiarò alla rivista Newsweek che "gli Stati Uniti d'America mai avrebbero chiesto scusa, a prescindere dai fatti”. L'Iran promise vendetta, e cinque mesi dopo, il 21 dicembre 1988, il volo Pan Am Londra-New York esplose sopra Lockerbie, in Scozia, uccidendo 270 persone. Il nesso tra i due eventi non è mai stato definitivamente accertato in sede giudiziaria — perché la condanna ricadde su agenti libici — ma negli ultimi anni sono emerse nuove testimonianze che potrebbero portare alla riapertura del caso.
Di tutto questo parla Giorgio Zanchini nel suo recente libro Lockerbie, pubblicato da Laterza. Intrecciando microstoria e grande gioco geopolitico, vite comuni e logiche di potere, il libro propone una riflessione sulle opacità del passato, le ombre della storia, la difficoltà di avere giustizia. Oggi che lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi internazionale, quella doppia strage del 1988 - la prima quasi ignorata, a differenza della seconda - ricorda quanto la memoria selettiva dell'Occidente possa oscurare le radici più profonde dei conflitti che ci ritroviamo, ancora, a fronteggiare.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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