Un militare serbo è deceduto dopo un attacco con colpi di mortaio nel sud-est del Paese. L'esercito israeliano attribuisce il lancio ai miliziani sciiti, mentre l'ONU avvia un'indagine indipendente. Il bilancio storico di UNIFIL sale a 346 vittime.
Torna a macchiarsi di sangue la missione di pace delle Nazioni Unite nel sud del Libano. Un casco blu dell'UNIFIL è deceduto questa mattina a causa delle gravissime ferite riportate nella serata di ieri, quando una raffica di colpi di mortaio ha centrato la sua posizione nei pressi della cittadina di Marjeyoun, nel settore orientale a ridosso della Blue Line.
LA VITTIMA E LA DINAMICA. La conferma sull'identità del militare è arrivata dal Ministero della Difesa di Belgrado. Si tratta del sergente maggiore Milovan Jovanovic, nato nel 1989.
Secondo la ricostruzione delle autorità serbe, il sottufficiale ha ricevuto i primi soccorsi d'urgenza nell'ospedale da campo interno alla base ONU. Successivamente è stato trasferito in elicottero verso il Centro Medico Universitario di Beirut, dove è deceduto intorno alle ore 4:00 locali. Nel medesimo attacco sono rimasti feriti altri due militari del contingente di interposizione.
LE ACCUSE DI ISRAELE E L'INDAGINE ONU. Poche ore dopo il dramma, l'esercito israeliano ha diffuso una propria versione sulla dinamica. Secondo un comunicato formale di Tel Aviv, accompagnato da un'immagine dei rilievi balistici pubblicata sui social media, un esame della traiettoria del colpo “dimostra chiaramente” che il proiettile proveniva da postazioni di Hezbollah.
Al contrario, il comando di UNIFIL ha scelto di non pronunciarsi sulla paternità delle sparatorie. Mantenendo una linea di stretta neutralità, la missione internazionale si è limitata ad annunciare l'apertura di un'indagine indipendente per accertare in modo oggettivo le circostanze e stabilire le responsabilità dell'accaduto.
IL CONTESTO: MARJEYOUN TERRA DI ACCUSE INCROCIATE. La cittadina di Marjeyoun e le aree limitrofe rappresentano storicamente uno dei quadranti più caldi e contesi dell'intero confine israelo-libanese. Situato in una posizione strategica elevata, il distretto è da decenni l'epicentro di una costante guerra asimmetrica fatta di attacchi e ritorsioni.
In quest'area, la vicinanza tra i villaggi controllati dalle milizie sciite e le postazioni avanzate israeliane rende frequente l'uso di artiglieria a corto raggio e mortai da ambo i lati. La dinamica del conflitto in questo settore è caratterizzata da una sistematica guerra informativa: ogni incidente che coinvolge civili o installazioni internazionali innesca puntualmente rivendicazioni e smentite incrociate, rendendo estremamente complesso stabilire l'origine dei colpi senza i rilievi tecnici super partes condotti dagli esperti balistici delle Nazioni Unite.
IL TRISTE PRIMATO DI UNIFIL: 346 MORTI DAL 1978. Con la morte del sergente Jovanovic, il bilancio totale dei caschi blu deceduto in Libano dalla nascita della missione (1978) sale a 346 vittime. Questo dato conferma UNIFIL come la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite più letale di sempre in termini assoluti di perdite umane.
Storicamente, l'Irlanda è il Paese che ha pagato il prezzo più alto con 48 soldati deceduti, seguita da Ghana, Francia e Figi. Sebbene molti decessi nei decenni siano stati causati da incidenti stradali e logistici su terreni impervi, una quota massiccia resta legata a mine, trappole esplosive e fuoco d'artiglieria. L'escalation si è intensificata negli ultimi mesi di guerra: solo a fine marzo, tre caschi blu indonesiani avevano perso la vita in sole 24 ore nel settore sud-est, a testimonianza di un'area in cui la sicurezza internazionale è ormai ridotta al minimo.
(4 GIU – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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