Ferve il dibattito interno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convocato proprio in queste ore a New York a seguito dell'allargamento del conflitto nel Golfo. Al Palazzo di vetro si evidenziano ancora una volta le profonde spaccature geopolitiche tra i membri permanenti in merito alla legittimità internazionale delle azioni intraprese dall’amministrazione americana.
LA POSIZIONE DEGLI STATI UNITI E LA TESI DELL'AUTODIFESA. La delegazione degli Stati Uniti difende la legalità internazionale dei propri raid notturni su Jask, Sirik e Qeshm appellandosi formalmente all'Articolo 51 della Carta ONU. L'argomentazione americana si basa sul diritto naturale alla “legittima difesa individuale e collettiva” a seguito di un attacco armato già subito, identificato nell'abbattimento dell'elicottero Apache da parte delle forze di Teheran. Washington sostiene che l'operazione del CENTCOM soddisfi pienamente i requisiti legali di necessità e proporzionalità, configurandosi come un'azione mirata a neutralizzare le installazioni radar e missilistiche con cui l'Iran impone il blocco illegale dello Stretto di Hormuz e minaccia la sicurezza della navigazione globale.
IL BLOCCO SINO-RUSSO E L'ACCUSA DI AGGRESSIONE UNILATERALE. Di contro, Russia e Cina respingono fermamente l'interpretazione giuridica fornita dal Pentagono, accusando gli Stati Uniti di aver compiuto un atto di aggressione unilaterale che viola l'Articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU, il quale vieta rigorosamente la minaccia o l'uso della forza contro l'integrità territoriale degli Stati sovrani. Mosca e Pechino evidenziano come la distruzione di infrastrutture costiere e civili (come le torri di comunicazione e i serbatoi idrici a Sirik) smentisca la natura puramente difensiva dei raid americani. Le due potenze denunciano la tendenza di Washington a utilizzare la nozione di autodifesa in modo preventivo ed estensivo, scavalcando l'autorizzazione esplicita dello stesso Consiglio di Sicurezza, unico organo deputato a legittimare l'uso della forza internazionale.
LA POSIZIONE DEI PAESI ARABI E LA PRESIDENZA DI TURNO COLOMBIANA. I membri non permanenti arabi e i paesi non allineati esprimono fortissima preoccupazione per la violazione della sovranità di Giordania, Bahrein e Kuwait, i cui territori e spazi aerei sono stati trasformati in zone di guerra a causa della presenza di infrastrutture militari statunitensi. Durante il dibattito aperto — ironicamente intitolato «Promuovere soluzioni politiche in Medio Oriente: mediazione e dialogo per una pace duratura» sotto la presidenza mensile della Colombia — le diplomazie regionali sottolineano il collasso dei meccanismi di deterrenza e l'inefficacia dell'ONU, paralizzato dai veti incrociati. La tesi prevalente tra i paesi neutrali è che l'allargamento del conflitto dimostri come nessuna installazione straniera nell'area possa più garantire stabilità, invocando una de-escalation immediata prima che la crisi di Hormuz provochi un blocco totale delle forniture energetiche mondiali. (10 GIU – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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