La pazienza strategica è finita. Gli Stati Uniti hanno ripreso, intensificandoli, i loro attacchi contro l'Iran mentre le Guardie Rivoluzionarie affermano di aver preso di mira basi militari americane nel Golfo. L’accelerazione del conflitto registrata nelle ultime ore rischia dunque di far collassare definitivamente la tregua strategica siglata ad aprile. Nella notte tra ieri e oggi, l’area mediorientale è stata teatro di una massiccia e coordinata serie di scambi aerei e missilistici che hanno ridefinito la mappa dello scontro. Da un lato, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato il completamento di una massiccia ondata di bombardamenti mirati a neutralizzare la rete radar e difensiva della Repubblica Islamica. Dall'altro, Teheran ha risposto con fermezza estendendo la gittata delle sue rappresaglie oltre i confini del teatro iraniano, colpendo direttamente installazioni logistiche e strategiche statunitensi nei paesi alleati della regione, in particolare in Giordania, Kuwait e Bahrein.
Dietro la parvenza di azioni definite “difensive” o “punitive”, la dinamica sul campo svela un tentativo di logoramento reciproco in cui il fattore temporale e la pressione psicologica giocano un ruolo fondamentale nei negoziati di pace rimasti in una fase di stallo. La fragile architettura diplomatica faticosamente costruita nei mesi precedenti sembra essere stata sostituita da un canovaccio in cui la forza militare viene impiegata come principale moltiplicatore di influenza al tavolo delle trattative. Le esplosioni registrate lungo la fascia costiera meridionale dell'Iran e nelle capitali del Golfo Persico indicano che la soglia dello scontro si è innalzata pericolosamente.
LA NUOVA OFFENSIVA DEL CENTCOM E LA STRATEGIA DI WASHINGTON. Le operazioni balistiche statunitensi sono scattate ieri pomeriggio. Il CENTCOM ha formalizzato l'avvio e la successiva conclusione di una complessa incursione aerea e missilistica mirata contro la macchina militare di Teheran. Attraverso una nota ufficiale pubblicata su X, il comando militare statunitense per il Medio Oriente ha confermato che le proprie forze “hanno effettuato ulteriori attacchi difensivi contro molteplici obiettivi in Iran, come ordinato dal comandante in capo”. L'operazione ha visto l'impiego sinergico di assetti del Corpo dei Marines, dell'Aeronautica e della Marina militare, che hanno bersagliato infrastrutture nevralgiche. Secondo i dettagli diffusi dalle autorità militari di Washington, l'azione si è concentrata specificamente su “strutture di sorveglianza militare iraniane, sistemi di comunicazione e siti di difesa aerea in tutto il paese”.
L'obiettivo strategico del Pentagono appare chiaro: privare i comandi iraniani degli occhi e delle orecchie elettronici necessari a controllare lo Stretto di Hormuz e a minacciare la navigazione commerciale internazionale o il dispiegamento delle truppe statunitensi. I bombardamenti hanno causato forti deflagrazioni in diverse località costiere e insulari critiche, tra cui l'isola di Qeshm, Bandar Abbas, Minab e Sirik, infliggendo danni sostanziali alle stazioni radar e ai centri di controllo a terra da cui vengono solitamente coordinati i droni e le batterie missilistiche antinave.
LE RIVELAZIONI DI DONALD TRUMP E L'ULTIMATUM NEGOZIALE. Dalla Situation Room della Casa Bianca, dove si trovava a stretto contatto con il vicepresidente JD Vance nonché con i suoi “inviati speciali” per le crisi internazionali Steve Witkoff e Jared Kushner, il presidente Donald Trump ha offerto una narrazione dettagliata della conduzione strategica dell'attacco. In un colloquio telefonico diretto con il corrispondente di Fox News Trey Yingst, il capo dello Stato americano ha quantificato lo sforzo bellico profuso precisando che “sono stati lanciati 49 missili Tomahawk” e ha descritto i raid aerei della notte come “violenti e feroci”. Il presidente non ha usato mezzi termini per descrivere la precarietà degli attuali equilibri sul campo, definendo l'intesa precedente come “il cessate il fuoco più violato nella storia del mondo”. Trump ha poi rivelato un canale di comunicazione sotterraneo ma attivo con i vertici della Repubblica Islamica, affermando che “alti funzionari iraniani mi hanno chiamato per chiedermi di fermare l'ultimo attacco”. Pur confermando che i bombardamenti statunitensi in Iran cesseranno a breve, il leader di Washington ha lanciato un perentorio e durissimo ultimatum condizionato all'esito dei negoziati commerciali e geopolitici, dichiarando testualmente: “Se l'Iran non firma un accordo, domani sera (oggi per chi legge, ndr) lo bombarderemo senza pietà”.
LA RAPPRESAGLIA DI TEHERAN: ATTACCHI IN GIORDANIA, KUWAIT E BAHREIN. La risposta delle forze armate iraniane non si è fatta attendere e ha assunto la forma di una vasta contromisura balistica a livello regionale orchestrata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). I pasdaran hanno rivendicato con forza la paternità di un massiccio attacco missilistico, descrivendolo esplicitamente come un’“operazione punitiva contro l'aggressore”. Il fulcro della reazione iraniana ha preso di mira la Giordania, e più precisamente la base aerea di Al-Azraq, un hub cruciale per le operazioni della US Air Force nella regione. Secondo i comunicati ufficiali diramati da Teheran, nell’attacco che ha colpito “la base e il suo centro di controllo” sarebbero stati utilizzati “dodici missili balistici”. Le fonti militari iraniane hanno sostenuto che l'attacco avrebbe devastato le strutture di comando e neutralizzato un numero significativo di caccia tattici statunitensi dislocati sulla pista.
Quasi simultaneamente, i vettori balistici e i droni d'attacco dell'IRGC si sono diretti verso la sponda occidentale del Golfo Persico. Le Guardie della Rivoluzione hanno confermato di aver colpito basi in Kuwait e Bahrein. Nello specifico, i raid hanno puntato la base aerea di Ali Al-Salem in Kuwait e il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti nella base denominata Nav Support Activity Bahrain. L'attivazione immediata delle sirene d'allarme e dei sistemi di difesa aerea locali ha permesso l'intercettazione di parte dei proiettili diretti contro il territorio kuwaitiano e bahreinita, ma l'offensiva iraniana ha dimostrato la reale capacità di Teheran di colpire simultaneamente i nodi nevralgici dell'architettura di sicurezza statunitense nel Vicino Oriente.
MA GLI USA CERCANO ANCORA IL COMPROMESSO. Osservando le dinamiche delle ultime ventiquattr'ore al di là delle dichiarazioni ufficiali dei rispettivi comandi militari, emerge una complessa partita geopolitica in cui il reale significato delle azioni supera la mera distruzione materiale. L'amministrazione Trump, pur proclamando la volontà di ristabilire la stabilità mondiale, applica una dottrina di massima pressione militare per superare lo stallo dei colloqui in Pakistan. Mostrare determinazione attraverso il lancio di quasi cinquanta missili Tomahawk serve a riaffermare la credibilità della deterrenza statunitense dinanzi all'opinione pubblica interna e agli alleati regionali. Tuttavia, l'ammissione del presidente circa i contatti telefonici avuti con emissari iraniani suggerisce che lo spazio per un compromesso politico non è del tutto precluso, bensì subordinato a una prova di forza.
Dall'altro lato, la scelta dell'Iran di colpire obiettivi situati in paesi terzi come la Giordania, il Kuwait e il Bahrein rappresenta un messaggio politico calibrato. Colpendo le installazioni logistiche del Pentagono al di fuori dei propri confini, l'IRGC intende dimostrare a Washington che qualsiasi attacco diretto contro il territorio nazionale iraniano comporterà l'immediata destabilizzazione e l'estensione del conflitto a tutto il Medio Oriente, aumentando i costi politici ed economici per gli Stati Uniti e per i loro partner arabi. La smentita parziale delle autorità di Teheran in merito alle presunte richieste di cessate il fuoco fa parte della consueta guerra d'informazione volta a preservare la percezione di fermezza del regime di fronte alla propria popolazione e alle milizie alleate. Di fatto, entrambi gli attori si trovano in una situazione paradossale: utilizzano l'escalation militare come estremo strumento diplomatico per costringere la controparte a firmare un accordo alle proprie condizioni. (11 GIU – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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