“Fermatevi, convertitevi”. È il monito lanciato da Papa Leone XIV da Tenerife, ultima tappa del suo viaggio in Spagna, a quanti “approfittano della disperazione, organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare”. “Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, dovrete comparire davanti alla giustizia divina”, ha detto. Il discorso di Prevost richiama il tono di quanto pronunciato da Papa Giovanni Paolo II dalla Valle dei Templi, ad Agrigento, nel maggio del 1993, quando, parlando contro le mafie, disse: “Lo dico ai responsabili: convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio”. Le parole del pontefice arrivano invece da San Cristóbal de La Laguna, “città senza mura, città aperta”, l’ha definita, e circondata dal mare, “che circonda queste isole” e “ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca” ma che “il cuore è chiamato ad aprirsi per accogliere”. Nel corso del suo discorso, Papa Leone XIV ha toccato anche il tema dell’integrazione, sottolineando che questa non equivale a creare “mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente”. Rivolgendosi ai “cari fratelli migranti”, ha detto che spetta a loro “una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”. E a chi si trova nei Paesi di transito e destinazione: “esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”. (12 giu-mol)
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