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Presidenziali in Perù nel segno del narcotraffico

Presidenziali in Perù nel segno del narcotraffico

di Piero Innocenti

Bisognerà attendere ancora alcuni giorni per l’analisi delle schede contestate in circa 1.500 seggi, prima di conoscere l’esito del ballottaggio delle elezioni presidenziali in Perù che vedono la conservatrice Keiko Fujimori (partito Fuerza Popular) e il candidato di sinistra Roberto Sanchez (Juntos por el Perù) separati da un margine ridotto di voti. Keiko Fuijmori è la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori (condannato a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità, scarcerato nel dicembre 2023 grazie all’indulto umanitario concesso dalla Corte Costituzionale, è deceduto nel 2024).
Dimettendosi nel novembre del 2000 da presidente con una lettera al Parlamento spedita dal Giappone, Fuijmori ricordava a tutti il suo successo nella lotta alla droga citando anche come valido alleato e fedele collaboratore degli USA Vladimiro Montesinos, in quel tempo capo dei servizi segreti peruviani e fortemente protetto dalla CIA.  Le indagini successive alla caduta di Fujimori accerteranno, invece, conti e società fantasma sparpagliate in molti paesi  per canalizzare decine di milioni di dollari a favore del fedele Montesinos (arrestato in Venezuela nel 2001 ed estradato in Perù ove si trova ancora detenuto) risultato anche in “busta paga” con 50 mila dollari al mese da Demetrio Chavez, uno dei più indiscussi narcotrafficanti colombiani, per caricare e scaricare gli aerei con la cocaina nella zona di Huallaga.
 Il Perù è sempre il secondo produttore mondiale di cocaina, subito dopo la Colombia e l’azione di contrasto va a corrente alternata (1,5 tonnellate sequestrate di recente ed oltre 11 distrutte in un rogo pubblico a maggio scorso).
Il nuovo presidente eletto dovrà affrontare molti problemi in un Paese sempre difficile da governare. Dal 1825, anno in cui il Perù conquistò  l’indipendenza  insieme ai paesi vicini, è stato un susseguirsi di guerre e di lotte intestine tra le classi sociali dagli interessi contrastanti: la borghesia mercantile o burocratica della costa, i proprietari terrieri degli altipiani, i militari, i contadini, la povera gente. Già nel 1827, dopo aver fatto parte della Grande Colombia di Simon Bolivar, il Perù si separò dalla confederazione, proclamandosi repubblica indipendente. Dal secondo dopoguerra  in poi, con alternanze di riformismi democratici e di restaurazione militare, il paese è finito nella sfera di influenza economica degli americani. Fu il generale golpista J. Velasco Alvarado, nel 1968, ad imprimere al paese una svolta rivoluzionaria. Toccò ancora ad un generale (F.Morales Bermudez), preso il potere nel 1975, accompagnare il paese verso una liberalizzazione graduale attraverso una rigorosa politica deflattiva. Nel 1978, con le elezioni di una Assemblea Costituente, il Perù riprese le sembianze, almeno formalmente, di una democrazia che permarrà sino al referendum dell’ottobre 1993, quando fu confermata la riforma costituzionale  voluta dal presidente Fujimori rieletto presidente nel luglio del 2000 per altri cinque anni. E lui, probabilmente, sarebbe ancora una volta uscito vittorioso dalle successive competizioni elettorali se non fossero state diffuse le immagini di un video nel quale si  immortalava Vladimiro Montesinos mentre sborsava ventimila dollari per corrompere un parlamentare  dell’opposizione guidata da Alejandro Toledo,  che poi sarà eletto presidente nelle elezioni del giugno 2001. In quegli anni il Perù fu investito dallo scandalo  delle armi acquistate in Giordania da esponenti dell’esercito e rivendute alla guerriglia colombiana  delle FARC. Il commercio di armi e droga è, ancora oggi, fiorente.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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