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Vannacci, uno spettro
si aggira per l’Italia

Vannacci, uno spettro <BR> si aggira per l’Italia

di Paolo Pombeni

Sembra che sia tornato in campo qualcosa di simile a quello che Marx ed Engels denunciarono in apertura del Manifesto del partito comunista. Allora lo spettro che si aggirava per l’Europa era il comunismo, che aveva diverse tipologie da loro accuratamente elencate, oggi è il populismo anch’esso con la sua notevole varietà di tipologie, fra cui spicca quella qualunquistica di estrema destra. Nel nostro Paese prende l’incarnazione del ex generale e attuale europarlamentare Roberto Vannacci, che scuote ulteriormente un panorama politico già notevolmente radicalizzato.
Non si può infatti ragionare sul fenomeno del nuovo partito di destra estrema senza inquadrarlo in un trend che sta interessando tutta la nostra vita pubblica. Per illustrare il fenomeno basta partire dal recente episodio della richiesta di una dichiarazione di antifascismo a tutti gli espositori ad una fiera libraria. L’assurdità della richiesta è evidente: che bisogno c’è di dichiarazioni di fede a priori, quando ove eventualmente si riscontrino esaltazioni del fascismo possono essere respinte dagli organizzatori sulla base delle leggi vigenti e, in questo caso sì, della libertà di un soggetto di non dare spazio ad ideologie espresse in concreto in pubblicazioni che questi considerino non accettabili.
Il fatto è che ormai siamo immersi nel mito della dichiarazione: in omaggio al trend dei talk show e assimilati si chiede a ciascuno di fare atti pubblici di fede in questo e in quello, svilendo ovviamente il significato nobile di ogni vero atto di fede. Sono manifestazioni che si pensa servano a rafforzare la compattezza della propria setta: chi non sottoscrive i dogmi lo fa in quanto parte di un mondo nemico, tendenzialmente da disprezzare come feccia e perciò da escludere dai circuiti della comunicazione se non addirittura del vivere civile.
Questo mondo nemico ovviamente tende a reagire: in modo razionale negli ambienti che di qualche razionalità vivono, in modo irrazionale negli altri. Significa che questi ultimi si arroccano nella esaltazione della loro “diversità”, che ribaltano spingendole all’estremo le verità di fede proclamate da una presunta nuova cultura che li disprezza. È il mito del “mondo al contrario” su cui ha fatto fortuna, in più d’un senso, l’ex generale Vannacci.
Questi abilmente ha sfruttato le tendenze in senso reazionario-conservatore che sono presenti sin dall’inizio in una quota non piccola della Lega, per poi radicalizzarle in proprio sfuggendo a qualsiasi temperamento che poteva venire dallo stare dentro ad un partito che aveva anche una classe dirigente formata alla politica gestionale. Non a caso Vannacci ha puntato sull’orgoglio della diversità negata ad una componente dell’elettorato arroccata in maniera difensiva sugli ideali di quello che ad essi sembra il (buon) mondo di ieri. Così ha trasformato l’insulto al sanfedismo neoculturale in un marchio distintivo e di vanto: sì io e voi siamo la feccia, la sporca dozzina, i reietti, i figli di nessuno, ma siamo definiti così, e ce ne facciamo vanto, perché proclamiamo quel mondo più vero, più “normale” che “gli altri”, compresi quelli perplessi sulle novità, non sanno più accettare.
Il sanfedismo dei vannacciani punta a presentarsi come la restaurazione del mondo fantastico che essi presentano come normalità (anche se così non è) e si contrappone tanto al neo giacobinismo di certa sinistra arrembante (ma molto à la page) quanto al conservatorismo moderatamente reazionario di nuovo conio. Ha dalla sua il fascino di tutte le proposte che convincono facile nel confronto astratto fra pre-giudizi, anche se poi falliscono miseramente quanto dovessero conquistare veramente il potere politico. Da questo punto di vista sono fenomeni che vediamo presenti in America come in Europa (Russia inclusa), perché lo spaesamento di fronte alla grande transizione storica a cui stiamo assistendo è comune a tutto ciò che è stato conformato dalla grande rivoluzione intellettuale nel passaggio fra Otto e Novecento e da alcune successive sue involuzioni.
Naturalmente la politica di casa nostra si interroga su quanto Vannacci e il suo nuovo partito possano avere successo nello sconvolgere gli equilibri, meglio dire quel poco di equilibri esistenti. Storicamente non è la prima volta che sono in scena movimenti più o meno del tipo di “Futuro Nazionale” legati ad una figura che era riuscita a conquistare la scena: per fare quasi dell’archeologia potremmo richiamare il caso nella Francia dell’Ottocento del gen. Boulanger (che non fece una bella fine). Molto dipenderà dalla capacità del sistema politico nel suo complesso di capire che movimenti di questo genere sono un pericolo per tutti perché compromettono profondamente la governabilità complessiva. Del resto qualche considerazione su quel che è accaduto e sta accadendo negli USA sarebbe forse illuminante.
Temiamo però che al momento manchino due condizioni per costruire un argine al Vannaccismo, che è qualcosa di molto diverso rispetto al revanchismo nostalgico tipo Casa Pound. La prima è un movimento comune e diffuso per mettere al margine questo clima da pseudo lotte di religione che avvelena tutta la comunicazione politica. La seconda è la consapevolezza che il sistema è un patrimonio che appartiene in comproprietà a tutte le forze politiche degne di questo nome, per cui la sua tenuta non è questione che interessa solo chi è al potere, nella convinzione dell’opposizione che se la tenuta del sistema viene meno faciliterà la sua successione, perché un sistema profondamente squassato diventa difficilmente gestibile da chiunque. Banalità, ma qualche volta val la pena di richiamarle.
(da mentepolitica.it )

(© 9Colonne - citare la fonte)
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