“Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei l'unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo”. Con questa ammonizione tagliente il vicepresidente americano James David Vance (nella foto) ha congelato l’entusiasmo internazionale per l’intesa siglata a Versailles, svelando le profonde crepe diplomatiche che si agitano dietro le quinte dell’accordo di pace tra Washington e Teheran. La piccata reazione del numero due della Casa Bianca arriva in diretta risposta alle dure contestazioni politiche sollevate da Gerusalemme contro il memorandum d'intesa. Vance ha stigmatizzato l'ostilità del governo israeliano nei confronti della strategia statunitense ammonendo l'alleato sul rischio di un pericoloso isolamento. A dimostrazione della gravità dello strappo, il vicepresidente ha persino annullato la sua partenza per la Svizzera, dove avrebbe dovuto coordinare i tavoli tecnici. Dietro la motivazione formale di una “logistica mai semplice né prevedibile” fornita dagli uffici di Washington, emerge la chiara volontà di frenare l'irruenza di Gerusalemme, la cui offensiva militare nel Libano meridionale viene apertamente accusata dall'amministrazione americana di compromettere i delicati ingranaggi geopolitici delle trattative. La Casa Bianca si trova nell’intricata posizione di dover gestire la reazione furiosa del suo storico partner mediorientale e, contemporaneamente, blindare un testo che non gode affatto di una fiducia incondizionata tra le parti. Il cronometro istituzionale è già partito: le delegazioni avranno sessanta giorni per limare i dettagli tecnici e finalizzare l’architettura di un trattato che mira a porre fine alle ostilità. Tuttavia, i margini di manovra appaiono ridotti. Washington dichiara che la propria delegazione resta pronta a muoversi alla prima occasione utile, ma la revoca del viaggio del vicepresidente suggerisce che l'esecutivo americano preferisca rallentare il passo formale per costringere i contendenti sul campo a più miti consigli, evitando di esporsi a un fallimento diplomatico immediato.
LA DIALETTICA DEL TRIONFO E LO SCETTICISMO DI WASHINGTON. “Beh, probabilmente si tratta davvero di una resa incondizionata”. Il presidente americano Donald Trump ha liquidato così i dubbi sulla natura del memorandum siglato con la Repubblica Islamica, offrendo una lettura marcatamente sbilanciata a favore della propria postura geopolitica. Intervistato da Axios, l'inquilino della Casa Bianca ha cavalcato l'ambiguità del successo per rassicurare l'opinione pubblica interna e spegnere le critiche di chi intravede troppe concessioni a favore del regime teocratico. Al cronista che gli faceva notare come i termini dell'intesa non ricordassero affatto una capitolazione totale, il tycoon ha replicato con fermezza: “Credo di sì”, ribadendo subito dopo che gli States dispongono “dell'esercito più potente del mondo, di gran lunga”.
Dietro la retorica della sottomissione dell'avversario si cela tuttavia la necessità politica di mascherare un compromesso altrimenti difficile da digerire per l'ala più intransigente del suo elettorato. Definire l'accordo come il frutto esclusivo della deterrenza e dei poteri presidenziali serve a Trump per silenziare il dissenso interno e accreditarsi come l'unico artefice di una pacificazione imposta con la forza. La realtà dei fatti strutturali racconta però una storia differente, fatta di concessioni reciproche necessarie a evitare un conflitto aperto dalle conseguenze incalcolabili per l'economia globale.
LE CONTROMISURE DI TEHERAN E IL FATTORE SFIDUCIA. Dall’altro lato del tavolo negoziale, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha avallato la firma pur esprimendo apertamente un “parere diverso” sull'opportunità dell'accordo, a testimonianza delle tensioni che attraversano i palazzi del potere persiano. La ratifica formale non ha cancellato i sospetti storici nei confronti dell'Occidente. Non a caso, le diplomazie delle due potenze avrebbero lavorato intensamente a una serie di canali e proposte segrete per l'attuazione pratica dell'intesa, nel tentativo di aggirare le resistenze dei rispettivi falchi interni. A confermare la fragilità del quadro interviene la nota ufficiale del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, diffusa dall'agenzia di stampa statale Irib. L'organo di difesa di Teheran ha avvertito che “non si fermerà finché non saranno ripristinati tutti i diritti della nazione iraniana”, aggiungendo una minaccia esplicita: “qualora si verificasse una qualsiasi deviazione o violazione da parte degli Stati Uniti, verrà attuata una risposta reciproca in conformità con un piano prestabilito”. Questa dichiarazione di prontezza militare evidenzia come la Repubblica Islamica non consideri affatto l'accordo come un punto d'arrivo definitivo, bensì come una tregua armata monitorata passo dopo passo, pronta a saltare al primo passo falso di Washington. (19 GIU – deg)
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