Per l’ennesima volta la Caritas, nel suo Rapporto annuale, delinea un quadro impietoso della situazione economica di un buon numero di italiani. Sulla base dei dati raccolti dalla rete di centri di ascolto nel 2025 è stato registrato il dato numerico più alto di utenti che sono ricorsi agli aiuti rispetto al periodo ante pandemia. Sono state oltre 282.000 le persone che si sono fatte aiutare ed il dato più preoccupante è che fra queste persone molte sono titolari di un rapporto di lavoro subordinato e ciononostante non riescono ad arrivare a fine mese.
Contemporaneamente sulla stampa si dà risalto all’atteggiamento dei lavoratori giovani della cosiddetta “Generazione Zeta” (nati fra il 1997 ed il 2012) che pubblicano sui social scambi di battute con i propri datori di lavoro (o potenziali datori di lavoro).
Vi si trovano delle vere e proprie perle. Ad una lavoratrice che chiede se il proprio turno finisca effettivamente alle due di notte o se quello è solo l’orario di chiusura al pubblico, il datore risponde: “Penso che non possiamo andare avanti se già mi sindacalizzi tutte queste cose”. E ancora al rifiuto di un’offerta di 800 euro mensili per sette ore al giorno si contrappone un secco: “Ecco perché in Italia va male!”.
Lascio ai sociologi o agli psicologi del comportamento il compito di discettare sulla mancanza di “senso della gavetta” o sul desiderio della generazione più giovane di maggiore flessibilità, per sottolineare piuttosto la (in-)cultura di certi datori di lavoro che subiscono come un fastidio le regole del lavoro, sul presupposto che fornire una occupazione remunerata sia apparentabile ad un atto di beneficenza.
Si sa che il rispetto delle regole non è propriamente in cima ai nostri pensieri, ma questo atteggiamento, assai diffuso, è particolarmente odioso se applicato alle regole che riguardano una prestazione che si svolge in un regime che, non a caso, si chiama di “dipendenza”. Il che dà l’idea di un soggetto forte che si accanisce su un soggetto debole rispetto al quale esercita un potere unilaterale a dir poco pervasivo.
Le due vicende, quella della Caritas e quella che vede protagonisti i più giovani, illustrano da due diverse angolazioni lo stato in cui versa il rispetto delle regole lavoristiche.
La prima ha a che fare con una complessiva mancanza di effettività dell’ordinamento lavoristico. Dove per effettività – per come la definiscono i giuristi – deve intendersi la capacità dell’ordinamento di garantire davvero l’attuazione dei diritti prefigurati in astratto dalle norme.
Così l’affermazione, astratta e generale, del diritto ad una retribuzione che garantisca un’esistenza libera e dignitosa, non riesce a trovare attuazione nella selva dei salari “giusti”, “equi”, “complessivi”, etc. (si veda il Decreto primo maggio di cui abbiamo parlato su queste colonne) se non si stabilisce una soglia retributiva sotto la quale nessuna prestazione di lavoro può essere resa.
L’atteggiamento giovanile denuncia invece una carenza informativa che è figlia della crisi della rappresentanza sindacale. I ragazzi, abituati come sono ad informarsi sui social o attraverso la rete, trascurano di riferirsi a quei soggetti che istituzionalmente sono nati per fare gli interessi dei lavoratori. E quindi la crisi della rappresentanza è tanto più grave perché si proietta non solo su chi un lavoro lo ha già, ma anche su chi, come i giovani, lo sta cercando ed ha bisogno di informazioni e rassicurazioni.
Una buona notizia sembra ora venire dal mondo sindacale se è vero che le tre grandi confederazioni hanno redatto – dopo anni di divisioni – una piattaforma unitaria da sottoporre alle controparti datoriali denominata “Proposte per un accordo quadro”. L’intento è quello di arrivare ad una certificazione della rappresentanza per ridurre o eliminare del tutto il fenomeno dei contratti-pirata. Ne seguiremo con attenzione gli sviluppi.
Per ora ci resta l’antico adagio: “se son rose fioriranno” …
L’autore è professore emerito di Diritto del Lavoro dell’Università di Pisa
(© 9Colonne - citare la fonte)




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