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direttore Paolo Pagliaro

L’IRAN CANTA VITTORIA:
MISSILI FUORI DAI PATTI

L’IRAN CANTA VITTORIA: <BR> MISSILI FUORI DAI PATTI

“Emergeranno sicuramente”. Con questo riferimento esplicito alle preoccupazioni sul programma missilistico dell'Iran e sul sostegno economico e militare fornito da Teheran ai suoi intermediari nella regione, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha gettato sul tavolo delle cancellerie del Golfo Persico il nodo più spinoso delle trattative in corso tra Washington e la Repubblica Islamica. Appena atterrato ad Abu Dhabi per una missione diplomatica ad ampio raggio, l'esponente dell'amministrazione statunitense si trova a dover tessere una tela delicatissima. Il suo compito prioritario è rassicurare i partner storici dell'area, a partire dagli Emirati Arabi Uniti per poi toccare Kuwait e Bahrein, paesi che guardano con estremo scetticismo all'accordo iniziale siglato la scorsa settimana tra le due potenze rivali. La retorica ufficiale dipinge il viaggio come un percorso di stabilizzazione collettiva, ma la realtà geopolitica mostra come le monarchie del Golfo temano di essere messe in secondo piano in cambio di un compromesso frettoloso tra l'inquilino della Casa Bianca e il governo iraniano.

La complessità del negoziato si scontra tuttavia con una linea invalicabile tracciata chiaramente dall'altra parte della barricata. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha infatti blindato gli asset strategici nazionali con parole che non lasciano margini di manovra: i vettori balistici “non fanno parte dell'accordo con gli Stati Uniti” e “non lo saranno mai”. Questa dichiarazione rappresenta una parziale smentita dell'impostazione intransigente che aveva caratterizzato la precedente postura di Donald Trump. In passato, il capo dello Stato americano aveva utilizzato proprio la necessità di porre un freno al programma missilistico di Teheran come la principale giustificazione politica e strategica per legittimare le operazioni militari statunitensi nella regione. Oggi, l'evidente mutamento di rotta della presidenza nel corso delle trattative concrete svela un approccio pragmatico: la Casa Bianca sembra disposta a rinunciare alle pretese sul disarmo missilistico pur di portare a casa un successo diplomatico da spendere sul fronte interno, una concessione che, se confermata nei dettagli del testo definitivo, verrebbe letta dagli analisti come una netta vittoria strategica per l'apparato di Teheran.

LO SCONTRO ISTITUZIONALE A WASHINGTON: IL CONGRESSO FRENA I POTERI DI GUERRA. Mentre i diplomatici si muovono nei palazzi mediorientali, la vera imboscata politica contro la strategia presidenziale si è consumata ieri sera nelle aule di Washington. Con un voto storico e trasversale, il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione volta a limitare drasticamente i poteri di guerra del presidente nei confronti dell'Iran. L'atto legislativo, che ha visto una maggioranza di 50 voti favorevoli contro 48 contrari, impone formalmente all'amministrazione il ritiro delle forze armate statunitensi da qualsiasi scenario di ostilità diretta con la Repubblica Islamica, a meno di un'esplicita dichiarazione di guerra o di una specifica autorizzazione del Parlamento. La spaccatura all'interno dello schieramento repubblicano è il dato politico più rilevante: quattro senatori del partito del presidente – Susan Collins, Rand Paul, Bill Cassidy e Lisa Murkowski – hanno votato insieme ai democratici, evidenziando un profondo malessere istituzionale e la mancanza di un sostegno compatto del Congresso a una potenziale escalation militare.

La reazione dalla Casa Bianca non si è fatta attendere ed è arrivata con i consueti toni taglienti dei canali social presidenziali. Donald Trump ha definito la votazione del Senato “inopportuna e priva di significato”, accusando i franchi tiratori della sua stessa area politica di agire come “perdenti” che complicano l'azione del governo. Secondo il tycoon, l'iniziativa legislativa giunge nel momento peggiore, proprio mentre l'Iran si troverebbe “alle corde”, indebolito dalle sanzioni e pronto a cedere su gran parte delle richieste americane. Dietro le quinte del duro sfogo presidenziale emerge però il timore che il messaggio di divisione interna trasmesso dal Campidoglio possa compromettere il potere contrattuale degli inviati statunitensi: il fatto che il Parlamento neghi la copertura legale per l'uso della forza riduce inevitabilmente l'efficacia della diplomazia coercitiva finora esercitata dall'amministrazione trumpiana.

IL QUINTO ROUND DI COLLOQUI A WASHINGTON E IL DESTINO DEL LIBANO. Parallelamente al canale negoziale principale tra Stati Uniti e Iran, le stanze del Dipartimento di Stato a Washington ospitano in queste ore il quinto round di colloqui bilaterali tra le delegazioni di Israele e Libano. L'obiettivo formale dei negoziati mediati dagli americani è trovare una via d'uscita diplomatica che metta fine ai sanguinosi combattimenti nel sud del territorio libanese, dove l'esercito israeliano si scontra quotidianamente con le milizie di Hezbollah, la principale forza per procura finanziata e addestrata da Teheran. Nonostante i tentativi di mediazione portati avanti anche con il supporto di contatti telefonici ad alto livello tra la vicepresidenza statunitense e le autorità di Beirut, la distanza tra le parti rimane colossale e i toni utilizzati all'avvio delle sessioni testimoniano la fragilità del tavolo.

L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter ha espresso ieri una valutazione estremamente cupa sullo stato dei negoziati, affermando senza giri di parole che Israele e Libano “stanno andando incontro a un disastro” se non si modificherà l'assetto delle influenze esterne sul terreno. Secondo il diplomatico dello Stato ebraico, la precondizione per qualsiasi stabilizzazione dell'area risiede nella fine delle ingerenze della Repubblica Islamica, precisando che “il ruolo dell'Iran è quello di lasciare il Libano”. Una visione che si scontra frontalmente con le rivendicazioni di sovranità nazionale espresse dal presidente libanese Joseph Aoun. Il capo dello Stato di Beirut ha chiarito che il suo governo “non accetterà nulla di meno della fine dell'occupazione israeliana” nelle regioni meridionali del Paese. Il Libano si trova così stretto in una doppia morsa: da un lato la necessità di liberarsi dalla presenza militare israeliana, dall'altro l'esigenza di sottrarsi alla tutela straniera di Teheran, che rischia di trasformare il territorio libanese in una pedina sacrificabile nello scacchiere del grande accordo tra Stati Uniti e Iran. (24 GIU – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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