di Paolo Pagliaro
In agosto saranno 70 anni dalla strage di Marcinelle, quando un incendio in miniera uccise 262 persone, di cui 136 italiani emigrati in Belgio nell'ambito di un accordo bilaterale: l’Italia si impegnava a inviare 2.000 uomini a settimana e in cambio riceveva 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore. Settant'anni sono un tempo lungo abbastanza da rendere tutto lontano, innocuo, archiviabile. Eppure, Marcinelle brucia ancora, e non per ragioni rituali. I tre grandi temi che quella mattina dell'8 agosto 1956 portò in superficie — la migrazione economica, la sicurezza del lavoro, la lontananza dello Stato dai suoi cittadini più vulnerabili — sono più che mai attuali. Questo spiega perché Sellerio abbia deciso di riproporre, in una nuova edizione accresciuta, il romanzo-verità di Paolo Di Stefano “La catastròfa”, ormai un classico che ha sottratto all’oblio ciò che accadde in quella miniera del distretto carbonifero di Charleroi. Non è una forzatura accostare la sorte degli italiani emigrati negli anni Cinquanta a quella dei tanti migranti che chiedono asilo in Italia per necessità o perché inseguono un sogno di riscatto. Li chiamano migranti economici, come se fosse più disonorevole fuggire dalla miseria che dalla guerra. Oggi le miniere sono sostituite dai cantieri, dai campi, dai magazzini della logistica. Ma oggi può accadere che 4 immigrati vengano bruciati vivi per aver rivendicato il giusto salario. È successo il 2 giugno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Sono piccole Marcinelle nostrane che non avranno il privilegio di un anniversario che le ricordi.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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