Il mito bipolarista è un vecchio attrezzo della politica italiana. Un tempo si esprimeva come elogio del bipartitismo sul modello inglese e americano. Si era iniziato e fine Ottocento, ma era tornato in auge anche con l’avvento della repubblica: sembrava che solo in un contesto del genere la politica democratica potesse esprimersi al meglio: al massimo si poteva avere l’appendice di un partito minore come era dopo il 1948 nella Repubblica Federale Tedesca, con il piccolo partito liberale oscillante fra la CDU-CSU e la SPD. Da noi niente di simile, perché c’era la repubblica dei partiti, con governi che non si formavano tanto a livello di scelte elettorali, ma di dinamiche parlamentari, peraltro limitate dal fatto che il secondo grande partito più votato, il PCI, per ragioni di equilibri internazionali non poteva entrare nella competizione se non come opposizione di sistema (e allora si parlò di “bipartitismo imperfetto”).
Altri tempi, ora è cambiato tutto e il classico bipartitismo non c’è più in nessuna grande democrazia, nemmeno nella classica e iconica Gran Bretagna. Eppure è rimasta la nostalgia per un sistema politico che possa chiedere agli elettori di scegliere loro direttamente per una formazione di un governo. Solo che la faccenda è più che problematica quando si tratta di scegliere non più fra due partiti, ma fra due coalizioni. Il fatto è che non si tratta di coalizioni costruite realmente fra rappresentanze di diversi ambienti socio-economici o culturali, ma fra organizzazioni sostanzialmente di professionismo politico che si caratterizzano per la rappresentanza ben che vada “di interessi” (variegati) e per obiettivi molto circoscritti e sostanzialmente di breve respiro.
Se non si tiene presente questa premessa, difficilmente si comprendono le attuali difficoltà della vita politica italiana. Abbiamo messo da parte la convenzione che i partiti raccoglievano ciascuno i consensi individualmente col computo proporzionale dei consensi e poi in parlamento si sarebbe visto se e come era possibile formare delle maggioranze di governo sulla base di negoziati che potevano essere più o meno formalizzati (i tedeschi fanno, con mesi di lavoro, dei veri e propri trattati di coalizione). In Italia, visto che non abbiamo la pazienza e l’abitudine per accordi vincolanti, si sta pensando di risolvere il problema obbligando le coalizioni a formarsi prima delle elezioni così da affidare agli elettori la scelta di quale debba essere titolata a formare il governo.
Può funzionare? Fino a poco fa sembrava di sì, perché ci si era convinti dell’esistenza di una abbastanza solida coalizione di destra-centro che obbligava che a sfidarla arrivasse un’altra coalizione delle attuali opposizioni, la quale non si sa se definire di sinistra-centro, perché una parte dei suoi membri non vuole definirsi né di sinistra, né di centro, sicché si è scelta la definizione anodina di “campo largo”. Dove sta il problema? Nel fatto che un sistema bipolare richiede che chi vince il governo nelle urne raccolga e superi un quorum di consensi significativo (per ora si parla del 42%). Ma questo implica che una delle due coalizioni contrapposte di fatto raccolga da sola il quorum necessario, l’altra ci si avvicini, ed entrambe lascino nell’insignificanza chi sta fuori di esse. Ebbene si pone subito una questione dirimente. Se fuori del perimetro delle due (grandi) coalizioni si formano partiti che nella competizione elettorale possono raccogliere un numero di consensi che sommati impediscano ai “bipolaristi” di raggiungere il quorum, che succede?
La soluzione facile sulla carta, sarebbe che ciascuna delle due coalizioni fosse in grado di inglobare qualsiasi significativa concorrenza si formi ai suoi margini. Nella realtà è piuttosto difficile. Per annettersi quella o quelle formazioni la coalizione deve in qualche modo pagare un prezzo: facile, ma non troppo, se si tratta di concedere qualche “poltrona”, ben più complicato se si tratta di aggiungere un tassello al già complicato puzzle delle identità (parola eccessiva, ma giusto per intenderci) che si è già negoziato con i membri rilevanti in termini di consenso. È banale ricordare che aggiustare le identità e i programmi per compiacere dei nuovi venuti comporta il toccare quelle dei membri storici e il rischio è di perdere consensi che non si sa se saranno compensati da quelli nuovi.
Il lettore avrà già capito a cosa si riferisce il ragionamento. Fino a ieri le due grandi coalizioni erano stimate dai sondaggi come pressappoco allo stesso livello di consensi per cui per vincere ciascuno doveva trovare un ulteriore apporto. Per l’attuale coalizione di governo c’è il problema della concorrenza del nuovo partito di estrema destra populista di Vannacci, stimato come portatore di un pacchetto di voti decisivo forse per la vittoria elettorale, ma al costo di mettere in crisi l’identità moderata di FI, gli equilibri precari della Lega, e la stessa strategia della Meloni. Per il cosiddetto campo largo il tema è quello della cosiddetta “gamba centrista” che dovrebbe portare quei consensi moderati che si allontanano da una coalizione fortemente pencolante verso il populismo di sinistra.
In questo caso però non c’è nessuna formazione che da sola possa assolvere a questo compito. Siamo in presenza di due “partiti” già strutturati, Italia Viva di Renzi e Azione di Calenda, diversi per collocazione e per strategie, ma entrambi fortemente “personali” per cui la loro capacità espansiva è quantomeno incerta. Ad essi si aggiungono almeno altri quattro o cinque raggruppamenti la cui incisività non è di semplice valutazione.
Il quadro che abbiamo sommariamente descritto non lascia tranquilli sulla effettiva capacità di transitare il nostro sistema politico verso un assetto ragionevolmente bipolare. Se le contorsioni delle lotte politico-parlamentari attuali ci portassero alla fine ad avere un sistema elettorale pasticciato ci sarebbe da attendersi una fase piuttosto complessa della nostra democrazia. Ma speriamo di sbagliarci.
(da mentepolitica.it )
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