Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

LIBANO, AOUN PLAUDE
ALLA PROPOSTA ITALIANA

LIBANO, AOUN PLAUDE <BR> ALLA PROPOSTA ITALIANA

“Israele è in Libano non per via dei missili, ma perché vuole ‘inghiottirlo e occuparlo’”. Con queste parole il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha descritto l’ennesima fiammata della crisi mediorientale che lambisce i confini settentrionali dello Stato ebraico, proiettando lunghe ombre sulle capitali occidentali e sulle cancellerie del Golfo Persico. Il duro affondo del capo dei paramilitari sciiti giunge in un momento di frenetico attivismo diplomatico internazionale, volto a evitare un vuoto securitario di proporzioni catastrofiche. Proprio mentre si intensificano i timori per un allargamento incontrollabile del conflitto, le cancellerie di Parigi e Roma si muovono per ridefinire l’architettura di sicurezza del Levante prima che scada il tempo utile.

IL FUTURO ASSETTO SUL TERRENO E I DELICATI EQUILIBRI LIBANESI. L’asse europeo guidato da Francia e Italia ha impresso una decisa accelerazione alle manovre diplomatiche per il dopo-crisi. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accolto con favore gli sforzi dei due Paesi per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alla forza di pace delle Nazioni Unite nel suo Paese, il cui mandato scadrà alla fine dell'anno corrente. In una nota ufficiale emanata dai palazzi del potere di Beirut, il capo dello Stato libanese definisce l'iniziativa “una sincera espressione dell'impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano”.

La proposta segue da vicino i posizionamenti strategici illustrati dalle leadership europee nel corso dell'ultimo vertice bilaterale. Ieri, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che Francia e Italia “vogliono lanciare una coalizione per l'assetto post-UNIFIL, ovviamente in coordinamento con l'Unione Europea e le Nazioni Unite, per rafforzare la sovranità del Libano e delle sei forze armate”. Nelle intenzioni degli alleati occidentali, una simile struttura temporanea dovrebbe servire anzitutto a blindare i confini ed impedire che il territorio libanese diventi “un punto d'appoggio per un'escalation regionale”. La transizione si annuncia tuttavia complessa, mentre sul terreno si continua a combattere.

I RIFLESSI SUL CAMPO E I CANALI DIPLOMATICI A WASHINGTON. Mentre i leader politici studiano i futuri assetti geopolitici, il confine meridionale resta teatro di scontri a fuoco intermittenti e logoranti. Nelle ultime ore, le Forze di Difesa Israeliane hanno confermato che quattro soldati sono rimasti feriti in uno scontro ravvicinato con un militante di Hezbollah nel Libano meridionale, a testimonianza di una tensione militare che non accenna a diminuire e che rischia di vanificare la tenuta delle tregue preesistenti. Sul fronte diplomatico, tuttavia, i canali bilaterali non si sono interrotti. I colloqui diretti tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto concludersi formalmente ieri sera nella capitale statunitense. Secondo fonti vicine al dossier, i negoziati proseguiranno invece per un altro giorno, riprendendo a Washington nel corso della giornata di oggi per cercare una quadra tecnica sulla linea di demarcazione e sulle garanzie di sicurezza reciproche. I mediatori inviati dalla Casa Bianca lavorano contro il tempo nel tentativo di stabilizzare un quadro regionale altrimenti esplosivo.

LA CONTROFFENSIVA DIPLOMATICA DI TEHERAN E IL DOSSIER NUCLEARE. A fare da sfondo alle dinamiche mediorientali vi è il convitato di pietra dell’intera regione: l'Iran. In una mossa parallela, Teheran ha avviato una decisa controffensiva diplomatica rivolta alle monarchie della penisola arabica. Il governo iraniano ha esortato formalmente il Consiglio di Cooperazione del Golfo a sostenere una “zona libera da armi nucleari” in Medio Oriente, nel tentativo di disinnescare la pressione internazionale sul proprio programma atomico e ribaltare la narrativa occidentale. Il Ministero degli Esteri iraniano ha inoltre respinto la posizione ferma assunta dagli Stati Uniti e dall'esecutivo israeliano sul “programma nucleare pacifico iraniano”, definendole false accuse prive di fondamento oggettivo. Le autorità di Teheran hanno spronato i Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo a supportare l'iniziativa per una zona denuclearizzata, spiegando che i vicini dovrebbero muoversi in tale direzione “anziché allinearsi a politiche che dipingono l'Iran come una minaccia”.

IL CASO DELLE BASI IN ITALIA E LO SCONTRO MELONI-RUTTE. Nel contesto del braccio di ferro globale con Teheran, non smette di pesare la polemica geopolitica che ha travolto direttamente l'Italia, innescando una dura contrapposizione interna ed internazionale. A sollevare il polverone sono state l’altro ieri le dichiarazioni del segretario generale della NATO, Mark Rutte, il quale ha pubblicamente asserito che centinaia di velivoli statunitensi sarebbero decollati dalle basi americane situate sul suolo italiano per supportare le operazioni belliche contro l'Iran nell'ambito dell'operazione “Epic Fury”. L'uscita del capo dell'Alleanza Atlantica ha immediatamente scatenato la reazione delle opposizioni a Roma, che hanno chiesto urgenti chiarimenti all'esecutivo in Parlamento. La risposta del governo italiano è stata netta e immediata per salvaguardare la propria linea di neutralità nel conflitto diretto. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha respinto con forza le ricostruzioni del capo dell’Alleana atlantica, parlando di un resoconto fuorviante che confonderebbe il mero supporto logistico con la partecipazione attiva ribadendo che l’Italia “non ha partecipato” al conflitto con la Repubblica islamica. La premier ha poi fatto notare che, se l'Italia avesse preso effettivamente parte ai raid, non si spiegherebbe l'irritazione che il presidente americano sta costantemente esprimendo verso Roma. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è intervenuto per precisare che l'Italia ha concesso esclusivamente transiti per “attività tecniche e logistiche, non cinetiche”, e di aver rigorosamente respinto ogni richiesta statunitense che andasse oltre tali parametri, nel pieno rispetto dei vincoli costituzionali e dei trattati bilaterali.

LE MOSSE DI TRUMP: SANZIONI REVOCATE E IL MILIARDARIO SBOCCO COMMERCIALE. Mentre il fronte europeo tenta di smarcarsi dalle operazioni belliche dirette, a Washington si registra una clamorosa inversione di rotta sul piano economico ed energetico, legata ai recenti accordi bilaterali tra Stati Uniti e Iran. Il presidente Donald Trump ha annunciato trionfalmente su Truth Social una svolta per i mercati globali, confermando che lo snodo marittimo più strategico del globo è pienamente operativo: “19 milioni di barili di petrolio sono passati ieri attraverso lo Stretto di Hormuz, un record assoluto”. Secondo l'inquilino della Casa Bianca, questo massiccio afflusso ha immediatamente provocato il crollo del prezzo del greggio, rendendo di fatto “il mondo un posto molto più sicuro”.

La dichiarazione del tycoon si inserisce nel quadro della formale concessione, da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense, di una licenza temporanea di 60 giorni che congela le sanzioni sul greggio iraniano. Ma le ambizioni della presidenza americana superano la sola questione dei carburanti. Nel corso di un incontro con le associazioni di categoria del comparto primario, il leader statunitense ha esortato i coltivatori e gli allevatori d'oltreoceano a guardare con estremo ottimismo alle intese commerciali in corso di definizione, dicendo esplicitamente agli agricoltori di considerare la Repubblica Islamica dell'Iran come “un nuovo mercato” di enorme potenziale per l'export dei prodotti americani. Un pragmatismo economico che viaggia in parallelo alle complesse discussioni diplomatiche riprese proprio oggi a Washington.

(26 GIU – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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