Al fi là di ogni limite. In un nuovo post sul suo social, Truth, il presidente americano Donald Trump ha di nuovo attaccato la premier Giorgia Meloni pubblicando una foto-meme nella quale la presidente del Consiglio appare “in adorazione” del tycoon. L’immagine è commentata dal titolo “Restraining order needed”, ovvero “necessario un ordine restrittivo”. È certamente il picco dell’escalation verbale scatenata dopo il G7 di Evian dall’inquilino della Casa Bianca nei confronti del capo del governo italiano e che adesso rischia di avere conseguenze pesantissime in vista del vertice NATO che si aprirà domani ad Ankara. Va detto però che negli ultimi giorni Trump ha scelto di scaldare l'atmosfera in vista del summit turco alla sua maniera, affidando – ovviamente anche in questo caso ai social - un duro attacco questa volta all'Alleanza Atlantica nel suo complesso. Con una mossa studiata, il presidente statunitense ha infatti dichiarato che si recherà nella capitale turca solo per rispetto nei confronti del “padrone di casa”, Recep Tayyip Erdogan, liquidando i restanti alleati come partner non reciproci e parassiti economici. A sostegno della sua tesi, Trump ha esibito un grafico con la somma delle spese militari dal 2014 a oggi: quasi mille miliardi di dollari messi sul piatto dagli Stati Uniti, a fronte dei circa 90 miliardi del Regno Unito, dei 66 della Francia e dei quasi 49 dell'Italia. Si tratta di un accostamento numerico d'impatto, progettato per infiammare l'elettorato interno, ma che a un'analisi strategica (e soprattutto realistica) rivela la profonda malafede del suo assioma di partenza.
L'ILLUSIONE OTTICA DELLA SPESA ASSOLUTA. L'errore metodologico – o per meglio dire, la distorsione narrativa – del discorso trumpiano risiede nel confrontare grandezze che non condividono la stessa scala economica, demografica e territoriale. Valutare l'impegno di un alleato basandosi esclusivamente sulla cifra monetaria assoluta è un'operazione priva di rigore scientifico. Se si rapportano quegli stessi miliardi alla popolazione di ciascun paese, si scopre che il divario pro capite tra i cittadini americani e quelli europei si riduce drasticamente rispetto alla sproporzione suggerita dal grafico presidenziale. Per questa ragione, la stessa NATO adotta come parametro di riferimento il rapporto tra la spesa militare e il Prodotto Interno Lordo, una metrica che livella le asimmetrie misurando il reale sforzo in base alla ricchezza nazionale. Pur rimanendo vero che gli Stati Uniti mantengono la quota più alta e che spingono gli alleati verso il nuovo e ambizioso obiettivo del 5% del PIL entro il 2035, la rappresentazione di un'Europa che non spende nulla è smentita dai dati reali di bilancio.
LA DOTTRINA DELLA SUPERPOTENZA E LA GEOGRAFIA DEGLI INTERESSI. Il nucleo geopolitico che smonta la tesi della mancanza di reciprocità risiede tuttavia nella natura stessa della spesa militare statunitense. I mille miliardi stanziati dal Pentagono non servono a difendere i confini europei, né sono destinati a una passiva vigilanza dei paesi membri della NATO. Gli Stati Uniti sono una superpotenza globale con una dottrina improntata alla proiezione di potenza su scala planetaria. La stragrande maggioranza del budget americano finanzia il contenimento della Cina nel quadrante del Pacifico, il pattugliamento delle grandi rotte commerciali marittime e la gestione di una fitta rete di basi in Medio Oriente, un fronte quest'ultimo tornato caldissimo a causa del conflitto con l'Iran che vede Washington lamentare il mancato allineamento militare degli europei. Paragonare la spesa di uno Stato che persegue l'egemonia globale con quella di medie potenze regionali significa ignorare volutamente il ritorno strategico ed economico che gli Stati Uniti ottengono da questo primato.
IL RUOLO DELLE POTENZE REGIONALI NEL MEDITERRANEO ALLARGATO. Se lo sguardo si sposta sulle nazioni europee, e in particolare sull'Italia, il quadro cambia ulteriormente. La difesa italiana non ha le ambizioni globali di quella statunitense, né la stessa conformazione geografica, protetta da due oceani. Le forze armate di Roma operano in base a priorità di sicurezza nazionale ben definite, concentrate in quello che gli analisti definiscono il Mediterraneo allargato. Questa macro-regione, che comprende il Nord Africa, il Sahel, il Medio Oriente e i Balcani, rappresenta il quadrante vitale per la stabilità dei confini meridionali dell'Europa, per il controllo delle rotte migratorie e per la tutela degli approvvigionamenti energetici. Quando l'Italia spende le proprie risorse in queste aree, sta garantendo la sicurezza del fianco sud dell'Alleanza. L'assioma di Trump si rivela perciò doppiamente parziale: da un lato imputa alla NATO spese che gli Stati Uniti sostengono per i propri interessi nel Pacifico, dall'altro ignora che il valore di un alleato si misura sulla stabilità che riesce a garantire nel proprio quadrante di competenza, e non sulla sua capacità di finanziare le ambizioni globali di Washington.
IL VERDETTO DEGLI ISTITUTI DI STUDI STRATEGICI. Questo scollamento tra la retorica dei numeri assoluti e la realtà geopolitica è ampiamente documentato dagli osservatori internazionali più prestigiosi. Gli analisti dell'IISS (International Institute for Strategic Studies) di Londra sottolineano da tempo come “il bilancio della difesa statunitense rifletta priorità globali, in particolare nel teatro dell'Indo-Pacifico, che esulano completamente dalle responsabilità geografiche e dai compiti formali della NATO”. Sulla stessa linea, gli esperti del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) evidenziano che “valutare la reciprocità all'interno dell'Alleanza basandosi solo sulla spesa complessiva è un errore metodologico: la sicurezza atlantica si misura sulla prontezza operativa e sulla stabilità regionale, ambiti in cui il contributo delle medie potenze europee nei rispettivi quadranti è fondamentale per la tenuta collettiva”. Sono valutazioni che svelano come dietro i calcoli di Washington non vi sia un'analisi di efficienza militare, ma la precisa volontà politica di ridefinire i rapporti di forza alla vigilia del delicatissimo vertice di Ankara. E l’attacco spropositato tanto all’Alleanza nel suo insieme che, da ultimo, alla leader italiana ne sono una conferma diretta.
(6 LUG – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione