di Paolo Pagliaro
C'è una regola non scritta, nella toponomastica delle democrazie: agli uomini pubblici si intitolano strade, ponti e aeroporti quando la storia ha già emesso il suo verdetto. Ovvero, quasi sempre, quando sono morti. Il John F. Kennedy di New York fu battezzato un mese dopo Dallas. Parigi ha atteso la scomparsa del generale per dedicare a Charles de Gaulle lo scalo di Roissy. E anche l'Italia, che pure in fatto di culto della personalità non prende lezioni da nessuno, per intitolare Malpensa a Silvio Berlusconi ha aspettato almeno che il Cavaliere fosse morto: la decisione dell'Enac, nel 2024, sollevò comunque un vespaio di polemiche, ma nessuno poté dire che l'interessato se la fosse cucita addosso da solo.
Donald Trump no. Il "President Donald J. Trump International Airport" nasce a Palm Beach con l'inquilino della Casa Bianca ancora seduto nello Studio Ovale, primo caso nella storia americana di un presidente che vede il proprio nome campeggiare su uno scalo mentre è ancora in carica. Nemmeno Ronald Reagan, l'idolo dei conservatori, ebbe tanto: quando nel 1998 il Congresso gli dedicò il National di Washington, era fuori dalla politica da quasi un decennio. Qui invece siamo oltre: la strada che porta a Mar-a-Lago si chiama già Donald J. Trump Boulevard, in Tennessee lo stesso giorno è spuntato un ponte di nome Trump e il nuovo codice aeroportuale avrà le stesse iniziali del titolo che il presidente utilizza per la sua società quotata. Un'autocelebrazione a ciclo continuo che ricorda più le liturgie dei regimi che le sobrie consuetudini repubblicane. Un presidente che atterra in un aeroporto con il proprio nome, su un aereo con il proprio nome, percorrendo un viale con il proprio nome, qualche domanda sulla salute delle istituzioni americane la autorizza.
(© 9Colonne - citare la fonte)





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