“Conflitto militare con l'Iran: 4 mesi, 18 morti”. La spregiudicatezza non fa certo difetto al presidente americano Donald Trump, ed anche in questo caso il tycoon non ha esitato a farvi ricorso affidando ai social network la sua personale contabilità della guerra per rispondere alle crescenti critiche sui costi umani e materiali del conflitto con la Repubblica Islamica. Nel farlo, l'inquilino della Casa Bianca ha messo in fila i numeri dei grandi impegni militari statunitensi del passato: “Guerra in Afghanistan: 20 anni, 2.000 morti. Guerra in Iraq: 9 anni, 4.600 morti”. L’intenzione del del tycoon è evidente: ridimensionare la portata del confronto con Teheran, dipingendolo come un intervento contenuto se paragonato ai prolungati e sanguinosi conflitti che hanno visto impegnate le forze armate di Washington per anni o decenni in Vietnam, Afghanistan e Iraq. Tuttavia, dietro la retorica dei numeri si nasconde una realtà strategica decisamente più complessa e infiammabile. Lo stesso Trump, pur cercando di rassicurare l'opinione pubblica interna sulla brevità dell'operazione, ha chiarito che gli Stati Uniti “non hanno affatto chiuso i conti” con la Repubblica Islamica, arrivando a minacciare di attaccare “molto presto e con grande intensità” un presunto sito nucleare iraniano denominato Pickaxe Mountain. Un'escalation verbale e militare che spinge Teheran a ipotizzare un'ulteriore estensione del conflitto su scala regionale, smentendo la narrazione di una guerra controllata.
La risposta americana si concretizza anche sul piano delle cerimonie solenni. Oggi il tycoon parteciperà, intorno alle 11 presso la base aerea di Dover, nel Delaware, al solenne trasferimento delle salme dei militari statunitensi uccisi nei recenti attacchi iraniani. Un momento di forte impatto simbolico, legato alle ultime vittime registrate sul campo: tre soldati americani sono morti in seguito a un attacco condotto contro la loro base in Giordania durante il fine settimana – tra cui un militare inizialmente considerato disperso –, mentre un altro militare ha perso la vita durante le operazioni di detonazione controllata di un drone iraniano in Iraq.
LA NOTTE DEI BOMBARDAMENTI E LO SNODO DELLO STRETTO DI HORMUZ. Sul terreno, le operazioni belliche proseguono senza sosta. L'esercito statunitense ha annunciato oggi, attraverso un comunicato diffuso alle 2.15 del mattino (ora italiana), di aver concluso l'undicesima serie consecutiva di attacchi notturni contro il territorio iraniano. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom) sostiene di aver “preso di mira i centri operativi militari iraniani, le capacità marittime, gli hangar per aerei, i depositi per droni e le infrastrutture logistiche militari”. La strategia del Pentagono punta apertamente a depotenziare la catena di comando e le strutture di supporto tattico di Teheran per impedire ritorsioni ad ampio raggio. Al centro del contendere rimane la sicurezza delle rotte commerciali globali. Nella nota del CentCom si sottolinea come “negli ultimi tre mesi l'Iran ha attaccato più di 30 navi mercantili che transitavano lungo la via navigabile internazionale, vitale per il commercio regionale e globale. Questi attacchi ingiustificati hanno messo in pericolo centinaia di marinai innocenti e compromesso la libertà di navigazione”. Washington intende ribadire la propria funzione di garante degli equilibri marittimi e rivendica i risultati ottenuti sul campo: “Nonostante l'aggressione iraniana, lo Stretto di Hormuz rimane aperto al transito delle navi commerciali. Dall'inizio di maggio, le forze del CENTCOM hanno contribuito a facilitare il transito di circa 900 navi commerciali e 450 milioni di barili di petrolio greggio”.
Sul fronte opposto, le autorità iraniane dipingono una geografia di impatti ben più vasta e diffusa. L'agenzia di stampa statale IRNA ha segnalato esplosioni a Bushehr, nel sud-ovest del Paese, area di primaria importanza strategica in quanto sede dell'unica centrale nucleare civile funzionante dell'Iran, oltre a raid registrati nelle regioni meridionali e nord-occidentali. Parallelamente, la televisione di stato iraniana ha confermato l'attivazione della risposta contraerea: “Fonti informative hanno riferito pochi minuti fa che sono state udite attività di difesa aerea a ovest, est e nord-est di Teheran”, segnalando come la pressione dei missili e dei caccia americani si stia avvicinando pericolosamente ai centri nevralgici della capitale.
LE RITORSIONI IRANIANE E L'ATTACCO A CAMP DOHA. La replica militare di Teheran non si è fatta attendere e ha cercato di colpire gli asset statunitensi dislocati nei Paesi alleati della regione. L'esercito iraniano sostiene di aver lanciato una serie di droni contro le installazioni militari americane di Camp Doha, situata nel Kuwait occidentale. In una nota formale rilanciata dall'agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, i vertici militari di Teheran hanno dichiarato che le proprie forze hanno colpito “depositi di munizioni” e “attrezzature logistiche del comando delle forze di terra” presenti all'interno della struttura, definendo l'operazione come una reazione obbligata alla “ripetuta aggressione” condotta dagli Stati Uniti.
La mossa iraniana mira a dimostrare la capacità di raggiungere le basi operative della coalizione ovunque nel Golfo Persico, elevando il livello di rischio per gli Stati che ospitano truppe americane. “Le Forze Armate della Repubblica Islamica dell'Iran, con sacra unità, sono pronte a contrastare con decisione qualsiasi nuova cospirazione e avventura da parte del nemico”, prosegue il documento delle forze armate iraniane. La retorica del regime dipinge Camp Doha non solo come un bersaglio tattico, ma come il principale centro di supporto logistico e di proiezione della potenza di Washington nella regione, segnalando che ogni infrastruttura usata per alimentare i raid notturni rimarrà un obiettivo prioritario.
LA DIPLOMAZIA DI RUBIO TRA LA FERMEZZA E LO STALLO DEI NEGOZIATI. Sul versante diplomatico, la posizione dell'amministrazione americana resta improntata a una rigida fermezza, condizionata dall'esigenza di non concedere vantaggi strategici a Teheran. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha espresso oggi la sua netta opposizione alla possibilità che l'Iran possa assumere il controllo unilaterale dello Stretto di Hormuz. Intervenendo a Manila, nelle Filippine, a un incontro con l'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), il capo della diplomazia di Washington ha alzato i toni: “Se creiamo un precedente in Medio Oriente in cui uno Stato nazionale può decidere di controllare una via navigabile internazionale, imporre un pedaggio e far saltare in aria le imbarcazioni se le persone non pagano, creeremo un precedente molto pericoloso che si ripeterà in altre parti del mondo, compresa questa regione”. Tra le righe dell'intervento del segretario di Stato, traspare la volontà degli Stati Uniti di internazionalizzare la crisi, trasformandola da uno scontro bilaterale a una difesa dell'ordine economico globale. “In definitiva, è molto semplice. L'Iran rivendica il diritto, che non gli spetta in base ad alcun meccanismo giuridico esistente, di controllare il traffico che transita nello Stretto di Hormuz”, ha rimarcato l'esponente dell'amministrazione americana. Secondo Rubio, la posta in gioco trascende i confini mediorientali: “Esiste un principio fondamentale di libertà di navigazione, e questo principio è minacciato. Credo che l'economia globale sia minacciata, così come le regole che hanno governato il commercio internazionale negli ultimi 150 anni, e non possiamo permettere che ciò accada”.
A dispetto dell'uso della forza, il dipartimento di Stato intende comunque mantenere formalmente aperta la porta delle trattative, pur scaricando interamente sull'avversario la responsabilità dello stallo. “Gli Stati Uniti restano aperti e disposti a condurre negoziati e discussioni positivi e costruttivi, a condizione che gli impegni presi vengano rispettati”, ha affermato Rubio, denunciando tuttavia la mancanza di volontà politica da parte del governo iraniano, accusato di “non prendere sul serio i negoziati”. La conclusione del segretario offre la misura dell'aut-aut imposto da Washington: “Se faranno sul serio, lo faremo anche noi. Se non lo faranno, faremo il necessario per proteggere i nostri interessi, così come quelli dei nostri alleati”.
SCONTRO POLITICO A WASHINGTON SUI COSTI DELLA GUERRA. Mentre la diplomazia ed è in stallo e le armi parlano sul campo, a Washington esplode la battaglia politica ed economica sulla gestione del conflitto. Ieri il ministro della Difesa statunitense Pete Hegseth ha presentato davanti a una commissione del Senato le nuove stime finanziarie dell'operazione. Secondo i calcoli del Pentagono, la guerra contro l'Iran costerà agli Stati Uniti circa 37,5 miliardi di dollari (pari a 33 miliardi di euro) entro la fine di settembre. Si tratta di un incremento di quasi il 30% rispetto alla precedente valutazione di 29 miliardi di dollari, una cifra che testimonia l'intensificazione dei combattimenti e l'allungamento dei tempi operativi.
Il capo del Pentagono ha fornito queste cifre nell'ambito della difesa ufficiale della richiesta formulata dall'amministrazione per un aumento straordinario di bilancio di 67 miliardi di dollari a favore della Difesa. Durante l'udienza, si è consumato uno scontro durissimo tra Hegseth e il senatore democratico Gary Peters del Michigan. L'opposizione democratica ha contestato alla radice l'efficacia dell'azione militare, sostenendo che l'amministrazione non ha raggiunto gli obiettivi strategici sbandierati alla vigilia, a partire dalla prefigurata decimazione dell'apparato bellico di Teheran.
Il segretario alla Difesa ha cercato di ridimensionare le critiche ammettendo i limiti dell'azione aerea ma rivendicando la bontà dei risultati complessivi. Hegseth ha insistito sul fatto che le capacità militari dell'Iran siano state gravemente compromesse, pur dovendo riconoscere che alcuni depositi sotterranei di missili balistici sono sopravvissuti alle incursioni. Le spiegazioni non hanno convinto i senatori dell'opposizione: verso la conclusione dell'audizione, il senatore del Michigan ha definito apertamente la strategia della Casa Bianca nei confronti dell'Iran un fallimento. La reazione del ministro è stata veemente, bollando le parole del parlamentare come “sconsiderate”, “irresponsabili” e “diffamatorie” nei confronti degli uomini in divisa. “Vergogna a voi e a tutti coloro che definiscono questa situazione un pantano e un fallimento, e poi si ostinano a dire di sostenere i soldati impegnati in questa operazione. O lo fate o non lo fate”, ha urlato il titolare della Difesa.
Di fronte all'attacco, il democratico Peters ha replicato alzando a sua volta la voce e capovolgendo le accuse: “Lei, signore, è il vero fallimento. Non gli uomini e le donne che sono in prima linea. Se manca una strategia vincente, sono in pericolo, i loro leader li hanno delusi”. Questo scontro in aula riflette plasticamente le crescenti spaccature all'interno del Congresso, dove la sostenibilità finanziaria e militare della campagna comincia a essere messa in discussione da più parti.
LA SPINTA DIPLOMATICA DEI PAESI DEL GOLFO. Nel tentativo di evitare una conflagrazione totale che finirebbe per travolgere l'intera regione, le diplomazie del Golfo si sono attivate per cercare una via d'uscita intermedia. Secondo quanto reso noto attraverso una nota dal suo ufficio, lo sceicco Mohammed Al Thani, Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri del Qatar, ha avuto una serie di colloqui telefonici con i vertici diplomatici di Bahrein e Oman. Nello specifico, lo sceicco ha interloquito separatamente con Abdullatif Al Zayani, ministro degli Esteri del Bahrein, e Hamood Albusaidi, omologo dell'Oman. Durante le conversazioni, Al Thani “ha sottolineato l'importanza dell'impegno diplomatico di tutte le parti”, promuovendo un approccio di de-escalation che possa preservare le infrastrutture critiche del Golfo. Il capo del governo qatariota ha fatto appello per la piena attuazione dei punti concordati nel recente memorandum d'intesa siglato tra Stati Uniti e Iran, inserendovi come priorità assoluta la “garanzia della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”. Il canale di dialogo aperto da Doha – che nei giorni scorsi aveva affrontato i medesimi temi in un confronto con il ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita – dimostra come i Paesi limitrofi stiano cercando di tessere una rete di protezione attorno al braccio di mare più importante al mondo per gli approvvigionamenti energetici, nella speranza di fermare l'escalation prima che l'ipotesi di un conflitto senza fine diventi realtà. (22 LUG – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





amministrazione