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C’è chi combatte con efficacia la piaga del gioco d’azzardo

C’è chi combatte con efficacia la piaga del gioco d’azzardo

di Renato Ongania

C’è un dato che racconta l’Italia meglio di molti discorsi parlamentari: nel 2025 il gioco d’azzardo legale ha movimentato circa 165 miliardi di euro. La cifra comprende anche le vincite rigiocate e non coincide con il denaro effettivamente perduto, ma la spesa netta dei “consumatori” rimane vicina ai 22 miliardi. Una massa enorme di risorse sottratta, in larga parte, ai consumi di maggiore necessità, al risparmio e alla sicurezza delle famiglie. Non siamo più davanti al vecchio rito occasionale della schedina del totocalcio o alla giocata al Lotto. Il gioco d’azzardo è diventato un’infrastruttura permanente, disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro sul telefono, nascosta agli occhi dei familiari, capace di seguire il cittadino in cucina, sul lavoro, a letto.
Quando una società smette di credere che il futuro possa essere costruito, comincia a sperare che possa essere vinto. È questo il punto politico, antropologico e sociale, che impone una riflessione sistemica. L’azzardo non cresce soltanto perché esistono persone fragili o irresponsabili. Cresce quando il lavoro non garantisce avanzamento, l’ascensore sociale si blocca, i salari non bastano, il debito incombe e la ricchezza appare sempre più lontana e inaccessibile. In quella frattura si inserisce la promessa della vincita: una scorciatoia istantanea verso ciò che la società non sembra più capace di offrire attraverso studio, impegno e partecipazione.
Il gioco d’azzardo diventa così un termometro del disagio collettivo. Per questa ragione non basta curare chi è già caduto nella dipendenza. Bisogna rallentare la domanda prima che il danno si produca. Non con il moralismo, non con la retorica del “gioca responsabilmente”, ma modificando l’ambiente nel quale il gioco viene offerto, promosso e consumato. Alcuni Paesi hanno avuto il coraggio di farlo e le leadership politiche abbastanza competenti di percepire l’estensione della piaga nelle loro società.
La Norvegia ha eliminato le slot private e le ha sostituite con un numero molto più ridotto di terminali controllati dallo Stato, utilizzabili attraverso una carta personale, con limiti di perdita e autoesclusione. La partecipazione a questi giochi è passata dal 18,7 all’1,5 per cento. Una riduzione relativa di circa il 92 per cento. La Finlandia ha innalzato realmente a 18 anni l’età minima per giocare alle slot e ha intensificato i controlli. Tra i ragazzi dai 12 ai 16 anni la partecipazione semestrale è scesa dal 43,7 al 12,7 per cento. Successivamente il Paese ha ridotto il numero degli apparecchi, introdotto l’identificazione obbligatoria e stabilito limiti alle perdite. La Gran Bretagna ha ridotto da 100 a 2 sterline la puntata massima consentita sui terminali più aggressivi. Il rendimento di quelle macchine è crollato. Non è scomparso l’intero mercato, ma è stata drasticamente ridotta la forza del prodotto più pericoloso.
La lezione, la Exit Strategy, è evidente: la domanda di gioco non è una forza naturale. Può essere modificata intervenendo sulla disponibilità, sulla velocità, sulle puntate, sull’identificazione e sulle perdite massime. L’Italia dovrebbe partire da un principio semplice: ogni giocatore deve avere un’identità regolatoria unica, valida presso tutti gli operatori. Oggi una persona può distribuire depositi e perdite su più conti e piattaforme, rendendo inefficace qualsiasi limite volontario. Il sistema dovrebbe invece aggregare il denaro depositato, il tempo trascorso, le perdite nette e i segnali di rischio. Non per costruire uno Stato che sorveglia le abitudini private, ma per impedire che la frammentazione commerciale renda invisibile una crisi personale.
Quei dati, inoltre, devono essere governati da un soggetto pubblico indipendente. Non possono essere utilizzati per inviare bonus o promozioni a chi mostra comportamenti vulnerabili. La fragilità di una persona non può diventare un segmento di mercato. Occorre poi stabilire limiti nazionali vincolanti alle perdite, ai depositi e al tempo di gioco. Limiti validi sull’insieme degli operatori e non modificabili immediatamente.
Dopo una perdita rilevante, il giocatore non sta sempre esercitando una libertà razionale. Spesso sta inseguendo il denaro appena perduto. Per aumentare le soglie dovrebbe quindi essere necessario un periodo di raffreddamento. Bisogna inoltre vietare il gioco a credito. Carte di credito, scoperti, prestiti istantanei e strumenti finanziari ad alto costo non devono alimentare le scommesse. Le banche dovrebbero offrire gratuitamente un blocco delle transazioni verso gli operatori di gioco, revocabile soltanto dopo un periodo di attesa.
La politica deve poi avere il coraggio di distinguere tra i prodotti. Una lotteria con estrazione settimanale non è equivalente a una slot online che propone un nuovo evento ogni pochi secondi. Velocità, continuità, autoplay, notifiche, suoni, “quasi vincite” e possibilità di rigiocare immediatamente devono diventare parametri della regolazione. Per i prodotti più intensivi servono puntate inferiori, rallentamenti obbligatori, pause, eliminazione dell’autoplay e divieto dei bonus collegati alla quantità giocata o alle perdite accumulate.
Va poi ridotta progressivamente la presenza delle slot nei quartieri, e vietate nei comuni sotto i tremila abitanti. Non con una guerra improvvisata contro baristi e tabaccai, ma rendendo economicamente più conveniente rimuovere gli apparecchi che conservarli. Servono incentivi temporanei alla riconversione, licenze a scadenza, limiti numerici rapportati alla popolazione, moratorie nelle aree più vulnerabili e canoni crescenti per ogni macchina mantenuta. I Comuni che riducono la densità dell’offerta, attraverso al sottoscrizione di patti di convivenza ad hoc con chi ospita “le macchinette”, dovrebbero ricevere compensazioni.
Il divieto di pubblicità, inoltre, non deve essere indebolito ma aggiornato. Oggi la promozione passa attraverso articoli di cronaca che irresponsabilmente magnificano una vincita, influencer, tipster, affiliazioni, comparatori, marchi surrogati e contenuti che trasformano la scommessa in un’estensione apparentemente naturale dello sport. Agli ex-calciatori, per esempio, non dovrebbe essere permesso di fare da testimonial all’industria del gioco d’azzardo (sia made in Italy che di origine straniera). Le sanzioni devono essere proporzionate al fatturato e l’esposizione dei minori sui social deve essere monitorata da un organismo indipendente.
La prevenzione dovrebbe cominciare prima dei quattordici anni. Non con una lezione occasionale sulla dipendenza, ma con una vera alfabetizzazione alle probabilità, al debito, alla persuasione digitale, alle loot box e alle illusioni di controllo. Coinvolgendo insegnanti e famiglie, perché giocare insieme a un bambino non è un innocuo rito domestico: è una forma di autorizzazione culturale.
Resta infine la questione più scomoda: il rapporto tra Stato e gettito. Lo Stato incassa dal gioco e contemporaneamente dovrebbe ridurne i danni. È un conflitto evidente. Ogni diminuzione della domanda produce un beneficio sociale, ma anche una perdita fiscale immediata. Per questo una quota consistente e automatica delle entrate dovrebbe alimentare un Fondo nazionale per la riduzione della domanda: prevenzione nelle scuole, cura (che non consiste in psicoterapia ma in ri-alfabetizzazione), consulenza debitoria, sostegno alle famiglie mediante programmi di formazione all’economia domestica, riconversione degli esercizi e ricerca indipendente. Quel Fondo dovrebbe avere una missione paradossale ma civile: diventare progressivamente meno ricco perché sempre meno persone giocano e perdono. La buona politica non è quella che ottiene più denaro dall’azzardo. È quella che riesce a non averne più bisogno. E deve cambiare anche il metro del successo. Non basta contare il gettito, le concessioni o i siti illegali oscurati. Bisogna misurare le perdite delle famiglie, i debiti, la partecipazione dei minori, i conflitti domestici, il rischio suicidario e la concentrazione dei danni nelle fasce più povere.
0.La vera domanda non è quanto lo Stato ricavi dal gioco. È quanto dolore riesca a evitare. Una società degrada quando sostituisce la speranza con la fortuna, il progetto di vita con la scommessa, la mobilità sociale con il jackpot. Frenare il gioco d’azzardo significa allora fare molto più che una politica sanitaria: significa restituire credibilità al lavoro, all’educazione, alla comunità e alla politica stessa. Perché un Paese serio non invita i cittadini a giocarsi il futuro con n lotterie, costruisce le condizioni perché possano viverlo.

Renato Ongania è semiologo, Minorities Fellow dell’OHCHR e direttore dell’Osservatorio Nazionale sulle Minoranze, autore del libro “La questione delle minoranze in Italia”.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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