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I tossicodipendenti dal carcere alla comunità

I tossicodipendenti dal carcere alla comunità

di Piero Innocenti

E’ diventata reale la possibilità per le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti di scontare la pena in regime di detenzione domiciliare presso i vari centri specializzati nella cura e nella riabilitazione. Lo prevede la legge 140/2026 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 6 agosto scorso e che entrerà in vigore il prossimo 21 agosto. Deve trattarsi di detenuti ( condannati ad una pena non superiore a 8 anni) che aderiscono ad un programma di recupero tenendo presente che il provvedimento normativo è scaturito dalla necessità di alleggerire il peso divenuto intollerabile della popolazione carceraria nei vari istituti dove si è raggiunta, in alcuni casi, una percentuale di sovraffollamento addirittura del 150% rispetto ai posti disponibili.
Una situazione, dunque, insopportabile che in realtà si ripresenta ogni anno da decenni e torna alla ribalta mediatica con l’arrivo della stagione estiva dove si registrano temperature sempre più elevate.
Di costruire nuove carceri si parla da tempo ma in realtà è sempre forte l’opposizione delle comunità locali e degli amministratori a vedere nei loro territori reclusori e strutture similari ( si pensi, per esempio, ai Centri di permanenza per i rimpatri- Cpr-necessari per gli immigrati irregolari da espellere: si è riusciti a farne uno, costosissimo,solo in Albania). Il Ministro della Giustizia Nordio ha anche dichiarato entusiasticamente che la legge sopra indicata consentirà l’uscita dalle nostre carceri di circa diecimila detenuti ma il timore è che parte di quei tossicodipendenti che hanno spacciato e trafficato droghe tradizionali e sintetiche continuino a farlo in contesti ambientali meno controllati.
Non è una novità, peraltro, che, in passato, siano tornate in carcere molte persone che ai domiciliari continuavano indisturbate la loro attività criminale. Dunque questa novità di comunità che diventano, di fatto, centri reclusione sia pure provvisori, non convince affatto. In Italia, lo ricordiamo,il movimento delle comunità terapeutiche è un fenomeno ch si sviluppa negli anni Settanta quando esplode il problema della tossicodipendenza con una classe medica e un mondo istituzionale totalmente impreparati. Le prime comunità italiane, sorte quasi esclusivamente per l’iniziativa di religiosi animati più dai precetti cristiani di carità e dedizione ai bisognosi, che da conoscenze scientifiche , crebbero, oltretutto ai margini della vita istituzionale se non in rapporto di aperta contestazione ad essa.
Significativo come persino gli psichiatri più innovatori, come Franco Basaglia e il movimento della psichiatria anti-istituzionale, giudicassero falsa l’immagine di democrazia e autogestione delle comunità in quanto solo apparentemente gli “ospiti” erano in grado di fare scelte autonome. In realtà venivano e vengono fortemente condizionate. L’approccio al problema parte dalla più ferma convinzione che il drogato altro non è che un malato e che, come tale, è un soggetto passibile di recupero.
Negli anni passati alla DCSA (Direzione Centrale per i Servizi Antidroga), ho avuto occasione di visitare tutte le comunità terapeutiche italiane e tra tutte mi ha particolarmente colpito quella di San Patrignano, una vera “cittadella” in continuo fermento di uomini e mezzi, completamente autonoma dal punto di vista economico. Per tutti la giornata trascorre secondo regole precise ed ognuno ha il proprio compito. Ed è proprio nella comunità di San Patrignano che Italia e Francia, co-fondatori della ECAD (European Coalition Against Drugs), cui aderiscono 35 Paesi, hanno promosso per il 23 ottobre 2026 un incontro internazionale sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze. L’incontro potrebbe essere l’occasione anche per una riflessione sulla legge 140/2026.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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