“Sessantadue ghanesi sono stati uccisi e quindici risultano dispersi: il signor Lavrov mi ha assicurato che possiamo collaborare per fermare i canali di reclutamento illegali e salvare così la vita di questi giovani”. È un'ammissione drammatica, diretta e priva di sovrastrutture diplomatiche quella pronunciata dal ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Okudzeto Ablakwa, al termine del bilaterale tenutosi ieri a Mosca con l'omologo russo Sergey Lavrov. Una dichiarazione che squarcia il velo su una realtà che per mesi le cancellerie internazionali hanno tentato di gestire nell'ombra: l'impiego massiccio e sistematico di giovani africani e latinoamericani lungo le linee del fronte nell'Europa orientale. Nelle medesime ore, la replica del capo della diplomazia del Cremlino ha offerto la misura esatta del cinismo pragmatico con cui la leadership russa affronta il dossier. Sergey Lavrov non ha smentito la presenza di combattenti stranieri, né ha manifestato imbarazzo. Al contrario, ha ridimensionato il fenomeno a una dinamica contrattuale e ideologica perfettamente legittima. La Russia apprezza la partecipazione di cittadini di diversi Paesi all'operazione militare speciale in segno di solidarietà con Mosca, ha spiegato il ministro russo, aggiungendo che alcuni lo hanno fatto per vicinanza a una nazione che li ha aiutati a combattere il razzismo, mentre altri hanno firmato per sole ragioni finanziarie. Secondo la ricostruzione di Lavrov non vi sarebbe nulla di insolito: “le informazioni sui contratti sono pubbliche, la gestione spetta al Ministero della Difesa e le richieste di Accra, così come quelle giunte da altri Paesi amici, verranno esaminate da un organismo preposto”.
TRA PROPAGANDA E DISPERAZIONE. La lettura in controluce del vertice di ieri restituisce tuttavia un quadro ben diverso dalle rassicurazioni ufficiali. La concessione di una "collaborazione" per far cessare l'arruolamento illegale rappresenta per il Cremlino un mero espediente tattico per evitare che l'indignazione delle opinioni pubbliche africane comprometta i rapporti diplomatici ed economici faticosamente costruiti nel Sud globale. Ma l'impalcatura che alimenta il flusso di uomini verso il Donbass resta pienamente operativa, mossa da una combinazione letale di propaganda geopolitica, disperazione economica e reti criminali di intermediazione. Il caso del Ghana esposto ieri al Cremlino è soltanto la punta dell'iceberg di una strategia di adescamento capillare che coinvolge decine di nazioni africane. I dati raccolti dalle intelligence occidentali ed europee indicano che migliaia di giovani provenienti da Kenya, Nigeria, Somalia, Camerun e Repubblica Centrafricana sono stati ingaggiati dall'inizio del conflitto. I canali di reclutamento non utilizzano quasi mai la trasparenza dei bandi militari ufficiali. La porta d'ingresso è rappresentata da false offerte di lavoro nel settore edile o della logistica, oppure da borse di studio universitarie e programmi di formazione professionale in territorio russo. Un esempio emblematico è stato il programma di ingaggio legato all'area economica speciale di Alabuga, nella regione del Tatarstan. Centinaia di giovani africani, attratti da stipendi equivalenti a oltre duemila dollari al mese e dalla promessa della cittadinanza russa, sono giunti nel Paese con visti lavorativi per poi ritrovarsi destinati all'assemblaggio di droni d'attacco o coatti a firmare contratti di addestramento militare sotto la minaccia di espulsione o arresto.
CONTRATTI IN CIRILLICO. I racconti dei sopravvissuti e dei prigionieri di guerra catturati dalle forze di Kiev delineano un modello standardizzato. Una volta giunti a Mosca o nelle basi provinciali di smistamento, come quella di Ryazan, ai reclutati vengono fatti firmare contratti redatti esclusivamente in lingua russa, di cui ignorano la clausola bellica. L'addestramento militare viene ridotto a poche settimane, al termine delle quali i contingenti stranieri vengono inviati nelle zone più esposte della prima linea. Per le forze armate russe, l'impiego di queste truppe risponde a un preciso calcolo di usura: ridurre la necessità di nuove mobilitazioni interne – politicamente impopolari tra la popolazione russa – utilizzando le reclute africane come fanteria leggera o truppe da sacrificare nei tentativi di avanzata contro le trincee nemiche.
OLTRE L’AFRICA L’AMERICA LATINA. Se l'Africa subsahariana fornisce manodopera spesso spinta dall'inganno, il canale che lega la Russia all'America Latina viaggia su una doppia linea: la disperazione strutturale di Cuba e la presenza di veterani di guerra in Colombia. A L'Avana, la crisi economica senza precedenti ha reso la proposta d'ingaggio russa un'opzione di sopravvivenza per migliaia di famiglie. Attraverso gruppi social su Telegram e VKontakte, gestiti da agenzie di viaggi coperte e facilitatori locali, ai cittadini cubani vengono offerti biglietti aerei gratuiti per Mosca, uno stipendio mensile garantito e l'accesso rapido al passaporto russo. Un'inchiesta ha rivelato come singole organizzazioni private a Ryazan siano state in grado di formalizzare i contratti di oltre tremila stranieri, in larghissima parte caraibici.
La posizione ufficiale del governo cubano rimane ambigua. Se da un lato il Ministero degli Esteri dell'isola ha annunciato smantellamenti di reti illegali di traffico di esseri umani e arresti di reclutatori, dall'altro la presenza stimata di diverse migliaia di cubani al fronte conferma una tolleranza di fatto da parte delle autorità. La vicinanza storica e politica tra il regime caraibico e il Cremlino rende difficile credere che un flusso umano di tali dimensioni possa svolgersi senza la tacita copertura degli apparati di sicurezza. In Colombia, la dinamica assume contorni differenti. In questo caso si attinge a un bacino di ex militari ed ex paramilitari con anni di esperienza nel contrasto alla guerriglia. Sebbene una parte consistente dei soldati di ventura colombiani combatta tra le file della Legione Internazionale ucraina, le reti di reclutamento private legate alle compagnie di sicurezza russe sono riuscite a ingaggiare decine di esperti di tattica e addestratori, facendo leva su compensi economici inaccessibili nel mercato del lavoro sudamericano.
IL DILEMMA DELLE DIPLOMAZIE “DEL SUD DEL MONDO”. La denuncia odierna di Samuel Okudzeto Ablakwa mette in luce un dilemma politico devastante per le diplomazie del Sud del mondo. Molti Paesi africani e sudamericani hanno mantenuto finora una posizione di neutralità formale rispetto al conflitto in Europa, o hanno persino stretto legami economici e militari più saldi con Mosca per bilanciare l'influenza occidentale. Tuttavia, l'arrivo costante di bare di legno, l'alto numero di dispersi e la pressione delle famiglie delle vittime stanno trasformando la questione dei mercenari in un problema di tenuta politica interna. In Kenya, la scoperta che circa mille cittadini erano stati arruolati con la promessa di finti contratti di lavoro ha scatenato accese proteste parlamentari a Nairobi. In Sudafrica, il ritorno in patria di diversi sopravvissuti ha spinto la magistratura ad avviare indagini per violazione delle severe leggi anti-mercenariato vigenti nel Paese. Il tentativo di Sergey Lavrov di liquidare le morti e i reclutamenti come una normale prassi contrattuale regolata dal Ministero della Difesa rivela la spaccatura profonda tra la narrazione russa della “fratellanza contro l'imperialismo” e la cruda realtà del fronte. Mentre Mosca cerca di presentare l'afflusso di stranieri come una prova di solidarietà globale, le cancellerie di Accra, Nairobi e Bogotà si trovano a dover gestire le conseguenze umane e diplomatiche di una tratta di uomini che sfrutta la povertà per alimentare la macchina bellica. La promessa di cooperazione stretta oggi al Cremlino sarà messa alla prova nei prossimi mesi: fermare le reti di reclutamento significa intaccare uno dei canali principali con cui la Russia garantisce il rimpiazzo delle proprie perdite al fronte. (18 AGO - deg)
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