“Convocherò l'ambasciatore israeliano in Australia, Hillel Newman, e ho chiesto all'ambasciatore australiano in Israele di comunicare direttamente la nostra posizione a Israele, mentre il governo australiano valuta i prossimi passi”. Da Canberra parole di fuoco contro la condotta bellica di Tsahal: la ministra degli Esteri Penny Wong non usa mezzi termini per manifestare la reazione del suo esecutivo di fronte alla decisione adottata dalle autorità giudiziarie militari di Tel Aviv. L'oggetto del contendere è la chiusura, senza l'avvio di alcun procedimento penale, dell'inchiesta sull'attacco aereo che nell'aprile del 2024 provocò la morte di sette dipendenti dell'organizzazione non governativa World Central Kitchen, tra cui la cittadina australiana Zomi Frankcom. Il momento scelto per la notifica formale ha esasperato gli animi: il governo australiano ha appreso del provvedimento ieri a tarda sera, a pochissime ore dalle celebrazioni per la Giornata mondiale umanitaria.
“Zomi rappresentava il meglio dell’Australia. Il suo coraggio merita di essere celebrato. La sua famiglia merita giustizia”, ha incalzato Wong, aggiungendo quanto l'annuncio sia apparso “particolarmente offensivo per la famiglia di Zomi, per gli operatori umanitari e per tutti gli australiani”. Ma al di là dello sdegno formale, la mossa della titolare della diplomazia di Canberra riapre una crepa profonda nella narrazione dell'autodisciplina giudiziaria militare di Israele. La decisione di chiudere il fascicolo senza imputazioni penali giunge infatti proprio mentre lo Stato ebraico tenta di disinnescare la pressione internazionale annunciando una serie di nuove indagini interne su potenziali crimini di guerra e uccisioni di civili.
LA STRATEGIA DEI BILANCI E IL NODO DELLA GIUSTIZIA INTERNA. Ieri le Forze di difesa israeliane hanno diffuso gli esiti di una complessa revisione condotta dalla Procura militare su circa 150 “incidenti operativi eccezionali” verificatisi nel corso del conflitto. Su cinque casi emblematici finiti sotto i riflettori dei media internazionali, i magistrati con le stellette hanno stabilito l'apertura di soli due procedimenti penali. Tra questi figura l'inchiesta sui colpi di arma da fuoco che nel gennaio 2024 travolsero l'autovettura della famiglia Hamada e la successiva ambulanza inviata in soccorso a Gaza City, provocando nove vittime, tra cui la piccola Hind Rajab di appena cinque anni. Una vicenda il cui audio drammatico — con le suppliche della bambina trasmesse in diretta agli operatori della Mezzaluna Rossa — aveva sconvolto l'opinione pubblica globale.
L'altro fascicolo penale riguarda l'uccisione di 15 palestinesi, compresi operatori sanitari e un funzionario delle Nazioni Unite, avvenuta a Tel al-Sultan nel marzo del 2025. Tuttavia, la contestuale archiviazione di casi simbolici come quello del convoglio umanitario di World Central Kitchen dimostra l'uso tattico della trasparenza da parte del comando israeliano. Concedere l'avvio di indagini penali su episodi ormai idonei a generare contraccolpi d'immagine serve ad alleggerire la morsa delle corti internazionali, mantenendo al contempo immune la catena di comando strategica e derubricando a meri “errori identificativi” gli attacchi sferrati contro le Ong.
LA CARNEFICINA DEI CAMICI BIANCHI E DEI COOPERANTI A GAZA. L'attacco ai convogli umanitari e al personale sanitario rappresenta una delle ferite più profonde del conflitto in corso. I dati raccolti dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni indipendenti tracciano un quadro sconvolgente che supera ogni precedente storico per concentrazione temporale e geografica. Nella sola Striscia di Gaza si contano oltre 560 operatori umanitari uccisi dall'inizio delle ostilità — tra cui circa 393 dipendenti dell'UNRWA — unitamente a più di 1.000 tra medici, infermieri e soccorritori della Mezzaluna Rossa e del sistema sanitario locale.
In nessuna guerra recente il tributo di sangue pagato dai soccorritori è stato così alto. L'uso di armamenti di precisione contro vettori chiaramente identificabili o coordinati attraverso i corridoi umanitari — come nel caso dei tre veicoli di World Central Kitchen colpiti in sequenza lungo la costa — ha portato le organizzazioni internazionali ad accusare apertamente Israele di condurre un'azione di fatto paralizzante nei confronti della rete di soccorso. A ciò si aggiunge il bilancio complessivo delle vittime civili a Gaza, che ha ormai superato la soglia dei 74.000 morti confermati, con un'incidenza di donne, bambini e anziani che le strutture dell'ONU stimano superiore al 55% dei decessi violenti.
IL FRONTE NORD: L'ESCALATION E IL BERSAGLIO DEI SOCCORRITORI IN LIBANO. Il modello operativo osservato nella Striscia si è esteso con drammatica sistematicità anche sul fronte settentrionale, lungo la linea di demarcazione con il Libano. Le operazioni aeree e terrestri condotte dalle forze armate israeliane nel sud del Paese dei Cedri e nella periferia meridionale di Beirut hanno fatto registrare un impatto devastante sui servizi di emergenza e soccorso libanesi. Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e l'Organizzazione Mondiale della Sanità hanno documentato decine di attacchi diretti contro centri di soccorso, ambulanze e personale paramedico afferente sia alla Protezione Civile libanese sia ad associazioni sanitarie locali come il Comitato Sanitario Islamico e l'Associazione dei Soccorritori della Missione Islamica.
Il bilancio nel teatro libanese conta oltre 200 tra soccorritori, paramedici e vigili del fuoco rimasti uccisi nello svolgimento delle proprie funzioni, a cui si aggiungono la distruzione o il danneggiamento grave di decine di centri di prima emergenza e vettori sanitari. Tel Aviv motiva spesso tali incursioni sostenendo che le strutture di soccorso o i mezzi di trasporto venissero utilizzati da miliziani armati per lo spostamento di uomini e munizioni. Tuttavia, le indagini indipendenti sul campo condotte da osservatori internazionali hanno evidenziato l'assenza di prove concrete a supporto di tali affermazioni in diversi episodi chiave, qualificando i bombardamenti sui centri di soccorso — come le stragi di paramedici avvenute a Bint Jbeil, Tayr Debba e nel centro di Beirut — come potenziali violazioni gravi del diritto internazionale umanitario e crimini di guerra.
TENSIONI QUOTIDIANE SUL CAMPO: LA WEST BANK E I FRONTI REGIONALI. Mentre la diplomazia discute sui fascicoli giudiziari del passato, le operazioni sul terreno proseguono senza sosta. Oggi la Mezzaluna Rossa palestinese ha denunciato due distinti episodi di violenza nella Cisgiordania occupata. Nel villaggio di Qusra, situato a sud di Nablus, una donna di 70 anni e una ragazza di 15 anni sono rimaste ferite ieri sera a causa delle schegge esplose da proiettili sparati dalle forze israeliane. L'esercito mantiene una presenza fissa nell'area dalla scorsa settimana, in seguito alle tensioni generate dall'erezione di un avamposto da parte dei coloni che bloccava il passaggio verso le abitazioni alla periferia del paese.
Poche ore dopo, sempre la Mezzaluna Rossa ha riferito che tre persone sono state ricoverate d'urgenza dopo essere state percosse dai militari delle Idf durante un'operazione nel quartiere di Rafidia, a Nablus. L'escalation in West Bank si inserisce in un quadro regionale multilivello, dove il conteggio dei danni civili e infrastrutturali continua ad estendersi al di là dei confini di Gaza e del Libano.
IL GIUDIZIO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE E L'ISOLAMENTO DIPLOMATICO. Le accuse mosse dalle diplomazie occidentali e dagli organismi sovranazionali non si limitano più a generici richiami alla moderazione. La decisione australiana di convocare l'ambasciatore Hillel Newman evidenzia una frattura sempre più marcata anche con quei Paesi tradizionalmente vicini alle posizioni di Tel Aviv. L'assenza di sanzioni interne o di condanne penali per i responsabili delle stragi di cooperanti mina la credibilità del sistema di autocontrollo delle Idf e rafforza l'iniziativa dei tribunali internazionali, quali la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.
Il tentativo di Tel Aviv di mostrare una giustizia interna proattiva attraverso l'annuncio selettivo di inchieste su casi emblematici — come quello della piccola Hind Rajab — rischia di rivelarsi insufficiente a placare le contestazioni. Fino a quando i meccanismi di verifica delle forze armate continueranno ad archiviare le responsabilità dirette nei confronti di chi colpisca il personale umanitario o sanitario, il divario tra le giustificazioni tattiche di Israele e le pretese di legalità della comunità internazionale apparirà insanabile. (20 AGO – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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