Domani saranno 100 giorni dalla dichiarazione dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo diventata la più grande e mortale nella storia del paese e che continua a diffondersi a un ritmo allarmante tra comunità che ogni giorno devono già affrontare conflitti, violenze, sfollamenti, fame e altre emergenze sanitarie. Nell’ultima settimana, i decessi causati dall’Ebola sono stati registrati a un ritmo di circa 1 ogni mezz’ora. Dall’inizio dell’epidemia e fino al 16 agosto, le autorità nazionali hanno registrato oltre 5.000 casi confermati e più di 2.400 decessi. È stata confermata la malattia in almeno 800 minori, con oltre 357 decessi infantili, equivalente a oltre il 32% del totale dei decessi confermati (1.124) registrati al 5 agosto, data a cui risalgono gli ultimi dati disponibili del ministero della Salute suddivisi per fascia d'età, ma è probabile che il numero reale sia più elevato.
Migliaia di bambini hanno perso un genitore o un caregiver, essendo così esposti a rischi maggiori di abusi, sfruttamento, tratta e grave disagio psicologico, mentre le famiglie e i servizi sociali – già fragili – faticano a far fronte alla situazione, come riferisce Save the Children.
Secondo l’Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa CDC), si è registrato un numero di casi confermati circa nove volte superiore e un numero di decessi sei volte maggiore rispetto allo stesso periodo dell'epidemia di Ebola in Africa occidentale del 2014-2016. Mentre l'epidemia continua a diffondersi – coinvolgendo ora sei province rispetto alle due iniziali – l'Africa CDC stima che sia stato individuato solo il 10% circa dei contatti potenzialmente esposti. Inoltre, circa quattro nuove infezioni su cinque vengono rilevate al di fuori delle catene di trasmissione note, evidenziando così la portata della diffusione non rilevata. Tre decessi su quattro avvengono all'interno della comunità anziché nelle strutture sanitarie, il che suggerisce che le persone non accedano alle cure in tempo. Un'indagine riportata da Science indica che l'Ebola potrebbe essersi diffuso già a partire dal mese di gennaio nell'area di Mongbwalu, nella provincia dell'Ituri, epicentro dell’epidemia, almeno quattro mesi prima che venisse ufficialmente dichiarata. Dalla dichiarazione ufficiale dell’epidemia, oltre il 60% dei decessi causati dall’Ebola nella RDC si è verificato al di fuori, e spesso molto lontano, dai centri di trattamento per l’Ebola. Ciò significa che molte persone muoiono nelle loro case o nelle comunità senza ricevere cure, mentre il virus continua a diffondersi prima che i casi vengano individuati. Preoccupa inoltre il rapido aumento dei casi al di fuori dell’epicentro dell’epidemia, nella provincia dell’Ituri, con la provincia del Nord Kivu che registra livelli particolarmente elevati di mortalità e sfiducia nei confronti della risposta all’emergenza.
“Questa epidemia continua a diffondersi e procede più velocemente della risposta messa in campo” afferma Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di MSF. “I centri di trattamento restano essenziali per salvare vite umane, ma la risposta richiede più dei soli posti letto aggiuntivi. Servono una migliore identificazione dei casi, un isolamento sicuro delle persone malate e dei loro contatti e un maggiore supporto agli operatori sanitari. Anche le persone che cercano cure nelle strutture sanitarie esistenti devono essere protette dal rischio di contagio. Soprattutto, la risposta deve essere costruita con le comunità e non attorno a esse”. Nel campo per sfollati di Rho, vicino a Drodro, nella provincia dell’Ituri, i leader comunitari hanno collaborato con MSF per incoraggiare le persone con sintomi a sottoporsi precocemente ai test, all’isolamento e alle cure. Promuovono inoltre misure di prevenzione e controllo dei contagi per ridurre il rischio di trasmissione all’interno della comunità. In questo campo sovraffollato, che ospita quasi 50.000 persone, tale collaborazione ha contribuito a limitare la diffusione dell’Ebola e a ridurre la mortalità. “Conosciamo le nostre comunità e sappiamo come raggiungere le persone” racconta Ezrome Kiza Lumani, leader comunitario che vive nel campo. “Quando è arrivata l’Ebola, non abbiamo aspettato. Abbiamo parlato con le famiglie, ascoltato le loro paure e incoraggiato le persone con sintomi a cercare assistenza sanitaria. Abbiamo un ruolo fondamentale nel fermare questa epidemia”. “Con la comparsa di casi in nuove aree che hanno poca o nessuna esperienza nella gestione dell’Ebola, è urgente disporre di operatori sanitari formati sulla malattia non solo all’interno dei centri di trattamento, ma anche direttamente nelle comunità colpite” afferma Trish Newport, responsabile dei programmi di emergenza di MSF nella provincia dell’Ituri. Attualmente MSF sta rispondendo all’epidemia nelle province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Tshopo e Haut-Uélé. Le équipe di MSF gestiscono 6 centri di trattamento per l’Ebola e unità di isolamento nelle aree colpite, con oltre 430 posti letto disponibili, pari a circa un terzo della capacità totale della risposta. Più di 1.400 operatori di MSF sono impegnati nelle attività di risposta all’epidemia. Dall’inizio dell’emergenza, le équipe hanno ricoverato oltre 1.900 pazienti, di cui 720 con diagnosi confermata di Ebola. A Beni, nella provincia del Nord Kivu, MSF ha lavorato per portare la risposta sempre più vicino alle comunità. Attraverso il supporto a strutture sanitarie già esistenti che forniscono anche servizi sanitari essenziali, fondamentali per salvare vite umane, è possibile avviare rapidamente il trattamento dei pazienti. In tutta la risposta all’epidemia nella RDC, è necessario fare di più per garantire che le persone possano ricevere le cure di cui hanno bisogno vicino alle proprie case. Leader comunitari come Emery Guba Mateso, anche lui residente nel campo per sfollati di Rho, condividono la propria esperienza per incoraggiare le persone a cercare cure tempestivamente. Guba Mateso ha perso un figlio a causa della malattia ed è sopravvissuto lui stesso all’infezione. “In qualità di persona guarita dall’Ebola, il messaggio che vorrei trasmettere alla comunità è questo: ai primi sintomi è importante rivolgersi immediatamente a una struttura sanitaria, perché l’accesso precoce a cure appropriate aumenta le possibilità di guarigione” afferma Guba Mateso. (22 ago – red)
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