Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

Breve manuale di autodifesa
contro il nuovo analfabetismo

Breve manuale di autodifesa <br> contro il nuovo analfabetismo

di Valerio Ricciardelli

La capacità di comprendere, interpretare e selezionare informazioni e conoscenze è ormai una condizione di cui non si può fare a meno, non solo per il benessere individuale, ma anche per esercitare un ruolo consapevole nella società, come cittadini e lavoratori. Senza queste capacità, le persone faticano a formarsi opinioni accurate sulle questioni complesse, a trasformare le informazioni in conoscenza e a sviluppare le competenze necessarie per orientarsi nella società contemporanea, con conseguenze negative per sé stesse e per l’intera collettività. Dal punto di vista individuale, un elevato livello di competenze non produce solo vantaggi per l’economia e per la qualità dei servizi, ma incide anche sullo sviluppo della carriera lavorativa. Competenze solide rafforzano l’occupabilità, aumentano le probabilità di trovare lavoro, riducono il rischio di inattività, favoriscono retribuzioni più alte e migliori condizioni lavorative, stimolano l’imprenditorialità e la creazione di valore. Competenze elevate, quelle che oggi mancano, inciderebbero positivamente sull’economia e sui servizi, anche quelli della Pubblica Amministrazione e aiuterebbero le persone a compiere scelte più consapevoli e fondate su dati oggettivi: dallo stile di vita alla salute, dai consumi ai risparmi, dall’indifferenza alla consapevolezza fino alla partecipazione politica e sociale. Occorre allora chiedersi se il Paese dispone in misura sufficiente di queste competenze cognitive: capacità interpretative delle informazioni e della conoscenza, indispensabili per apprendere e per costruire un’adeguata alfabetizzazione collettiva. La risposta, da tempo, è negativa. Lo aveva già scritto molti anni fa Tullio De Mauro, oggi lo conferma l’OCSE nella più recente indagine sulle competenze degli adulti, realizzata nell’ambito del Programme for the International Assessment of Adult Competencies (PIAAC), che misura le competenze delle persone tra i 16 e i 65 anni in 31 Paesi. Il 35% degli italiani tra i 16 e i 65 anni può essere definito analfabeta funzionale, almeno ma non solo nella comprensione dei testi scritti. Nel 2012, era il 28% a mostrare un livello di literacy pari o inferiore a 1: un peggioramento di 7 punti percentuali in dieci anni, che colloca l’Italia nella parte bassa della classifica OCSE.  Questi dati riportano al tema delle riforme scolastiche. Quest’ultime, per come vengono concepite, appaiono difficili da realizzare secondo le grammatiche tradizionali delle scienze dell’organizzazione, perché dovrebbero essere interpretate come veri processi di cambiamento e non come semplici interventi di manutenzione dell’esistente. Se il percorso di cambiamento strategico, per diverse ragioni, anche per assenza di competenze idonee per affrontarlo, risulta difficile o impraticabile, occorre seguire strade diverse. Un paradigma alternativo potrebbe partire da questa domanda: quali alfabetismi deve garantire oggi la scuola affinché una persona possa esercitare effettivamente la propria cittadinanza? È un punto di partenza alternativo. La scuola del XXI secolo non può più considerare sufficiente insegnare a leggere, scrivere e far di conto, aggiungendo qua e là qualche disciplina talvolta slegata dagli alfabetismi di cui avremmo bisogno. Queste competenze restano fondamentali, ma non bastano più a garantire l’autonomia di una persona dentro società complesse, digitalizzate, finanziarizzate e attraversate da una quantità crescente di informazioni, norme, tecnologie, decisioni, cambiamenti epocali. Oggi il problema non è soltanto l’analfabetismo tradizionale che avrebbe bisogno di una profonda ridefinizione. È la possibilità di essere formalmente istruiti anche con una solida istruzione terziaria e, paradossalmente nello stesso tempo, restare incapaci di comprendere alcuni dei meccanismi essenziali che regolano la propria vita. Lo osserviamo tutti i giorni. Il primo alfabetismo resta ancora quello linguistico e funzionale: comprendere e scrivere un testo, distinguere un’argomentazione da un’opinione, sintetizzare informazioni, esprimere con precisione il proprio pensiero. Senza questa base, tutti gli altri alfabetismi diventano fragili. Ma immediatamente accanto deve esserci un alfabetismo numerico e statistico. Il cittadino contemporaneo incontra continuamente calcoli, percentuali, probabilità, grafici, infografiche, sondaggi, indicatori economici e dati sanitari. Non comprenderli significa dipendere dall’interpretazione altrui. È poi indispensabile un alfabetismo economico-finanziario. Ogni adulto deve saper comprendere che cosa siano un conto economico semplice, un contratto, un tasso d’interesse, l’inflazione, un mutuo, una pensione, un investimento, il funzionamento elementare delle imposte e il rapporto tra rischio e rendimento. Non si tratta di trasformare gli studenti in economisti, ma di evitare che diventino consumatori, risparmiatori o contribuenti privi degli strumenti necessari per difendere i propri interessi. La stessa esigenza riguarda l’alfabetismo digitale e quello mediale. Saper utilizzare uno smartphone non significa essere digitalmente alfabetizzati. Occorre comprendere algoritmi, dati personali, lo Spid, la Pec, la firma digitale, ma anche cybersecurity, intelligenza artificiale, funzionamento delle piattaforme e logiche della comunicazione online. Parallelamente bisogna saper valutare l’attendibilità di una fonte, riconoscere manipolazioni, propaganda, pubblicità mascherata, disinformazione e immagini artificialmente generate. Serve inoltre un alfabetismo scientifico, una delle carenze più rilevanti. Non basta memorizzare formule: occorre capire che cosa siano una prova, un’ipotesi, una correlazione, un rapporto causale e un margine di errore. Senza questa competenza diventa difficile orientarsi davanti a questioni sanitarie, ambientali o tecnologiche sulle quali il cittadino è continuamente chiamato a prendere posizione. A tutto ciò devono aggiungersi alfabetismo giuridico, istituzionale e civico. Una persona dovrebbe uscire da scuola sapendo quali sono i propri diritti e doveri, come funziona la Pubblica Amministrazione, il Comune, il Parlamento, il Governo, la magistratura, il TAR, la Corte dei Conti, la Prefettura, la Questura e la Procura. Dovrebbe inoltre comprendere il funzionamento del servizio sanitario, del sistema previdenziale, della scuola e del mondo del lavoro, oltre a sapere come si presenta un’istanza, come si legge un provvedimento amministrativo e quali strumenti esistono per contestare una decisione. La questione non è moltiplicare indefinitamente le materie scolastiche, ma ridefinire ciò che intendiamo, per la società di oggi, per alfabetizzazione e individuare il giusto equilibrio tra le competenze da apprendere. Il Paese può funzionare bene soltanto quando i cittadini possiedono gli strumenti necessari per comprendere le decisioni che direttamente o indirettamente li riguardano. La scuola dovrebbe quindi garantire un insieme integrato di alfabetismi di cittadinanza: linguistico, numerico, economico-finanziario, digitale, mediale, scientifico, sanitario, giuridico e civico, oltre ad altri ancora. Forse la forma più insidiosa dell’analfabetismo contemporaneo non è l’incapacità di leggere il mondo, ma l’incapacità di comprenderne i codici mentre si crede di saperlo fare. Una riforma dell’istruzione dovrebbe allora poggiare anche su queste nuove prospettive, assumendo gli alfabetismi di cittadinanza come infrastruttura essenziale per la libertà individuale, la partecipazione collettiva e lo sviluppo del Paese. Occorre però passare da una scuola teaching oriented a una scuola learning oriented.

(da lecconews.news)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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