“L'instabilità e i disordini nella regione non sono nell'interesse di nessun Paese e rappresenteranno una sfida per tutti”. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha affidato a questa riflessione l'apertura del nuovo, drammatico capitolo della crisi tra Washington e Teheran. Nella notte appena trascorsa, per la prima volta in oltre un mese, Iran e Stati Uniti sono tornati a colpirsi direttamente, ponendo fine a una fase di fragilissima tregua tattica sul campo. Una rottura degli indugi che spalanca nuovamente lo scenario del conflitto aperto proprio mentre il panorama diplomatico tenta di ritagliarsi uno spazio di manovra. La scintilla è scoccata ieri, quando le forze aeree americane hanno bombardato l'isola iraniana di Larak, punto strategico incastonato nello Stretto di Hormuz. L'operazione, confermata dal Comando Centrale degli Stati Uniti, ha preso di mira infrastrutture militari ritenute una minaccia per la navigazione internazionale. “Oggi le forze statunitensi hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull'isola di Larak”, dove “sono state osservate forze delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che si preparavano a lanciare razzi carichi di mine marine nello Stretto di Hormuz”, ha dichiarato Tim Hawkins, portavoce del Centcom.
La replica di Teheran non si è fatta attendere ed è arrivata oggi, a cavallo delle prime ore del mattino. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha scagliato un attacco combinato di missili balistici e droni contro strutture militari statunitensi dislocate in Giordania. La mossa punta evidentemente ad alzare la posta in gioco, spostando il raggio d'azione al di fuori del perimetro immediato del Golfo Persico per dimostrare la capacità di ritorsione a raggio regionale.
BATTAGLIA PER HORMUZ E CONTRAEREA GIORDANA. Nello scacchiere medioorientale, lo Stretto di Hormuz rimane il cuore pulsante dell'intero scontro. A sei mesi dall'inizio delle ostilità, la rotta da cui transita una quota determinante dell'approvvigionamento energetico mondiale continua a essere contesa metro su metro. Da un lato, l'Iran tenta di affermare la propria sovranità di fatto attraverso raid mirati contro i mercantili; dall'altro, la Casa Bianca si batte per garantire il transito scortando le imbarcazioni commerciali e imponendo un blocco ai porti iraniani. L'attacco statunitense su Larak giunge peraltro a pochi giorni dall'annuncio con cui il presidente americano Donald Trump aveva dichiarato lo stretto bonificato dalle insidie sottomarine. Un'affermazione ribadita dallo stesso Centcom: “La scorsa settimana, il Centcom ha completato la bonifica delle rotte di navigazione internazionali nello stretto”, ha spiegato Tim Hawkins, sottolineando come “le forze statunitensi stanno monitorando attentamente l'area e restano pronte a proteggere il libero flusso degli scambi commerciali su questa vitale via d'acqua”.
La risposta iraniana sferrata oggi ha tuttavia dimostrato quanti rischi corra l'equilibrio della regione. Nel mirino dei pasdaran sono finite “strutture tecniche e di manutenzione, nonché velivoli dislocati in due basi in Giordania”, con i media statali di Teheran che hanno rimarcato come “qualsiasi atto di ostilità sarà accolto con una rappresaglia ancora più forte”. Sul punto è intervenuto direttamente l'esercito giordano, confermando di aver “distrutto con successo” otto missili balistici prima che potessero impattare sugli obiettivi prescritti.
LA PRESSIONE ECONOMICA CONTRO LA REALTÀ DEL CAMPO. L'esplosione delle violenze di queste ultime ventiquattr'ore smentisce nei fatti la narrazione politica che si era andata consolidando a Washington. Negli ultimi tempi, la strategia dell'amministrazione guidata da Trump si era progressivamente riorientata verso il principio della massima pressione economica, scommettendo su un graduale disimpegno dall'uso diretto della forza aerea. I fatti di Larak attestano invece come la morsa militare rimanga uno strumento di primissimo piano nell'agenda americana. Dal canto suo, la leadership iraniana affronta l'escalation con la necessità interiore di mostrare fermezza di fronte alle perdite subite. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha confermato che l'attacco su Larak ha provocato “morti e feriti” tra le proprie fila, definendo l'azione un'“aggressione” illegittima a cui sarebbe stato impossibile non rispondere. Leggendo in controluce le comunicazioni ufficiali, emerge palesemente la volontà di Teheran di non farsi schiacciare sul piano dell'immagine: accettare un bombardamento sul proprio territorio nazionale senza controffensiva avrebbe significativamente indebolito la capacità deterrente dell'Iran agli occhi degli alleati regionali.
PEZESHKIAN INCONTRA PUTIN, XI E MODI. Mentre i caccia calibravano i target e la difesa aerea giordana intercettava i vettori in arrivo, il vertice politico iraniano sceglieva la via del presidio diplomatico multilaterale. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian è arrivato oggi a Bishkek, in Kirghizistan, per prendere parte al vertice per il venticinquesimo anniversario dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). L'assise vede la presenza di importanti protagonisti della scena globale, tra cui il presidente cinese Xi Jinping, il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro indiano Narendra Modi e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. Durante il viaggio verso la capitale kirghisa, Pezeshkian ha rilasciato dichiarazioni a caldo intercettate dall'agenzia Fars. Il capo di Stato ha scandito che l'Iran “non cerca la guerra”, ma ha al contempo avvertito che il Paese “non resterà mai inerte di fronte ad alcuna aggressione”. Parole che dipingono la doppia binarietà della linea di Teheran: rassicurare il blocco eurasiatico sulla propria natura non bellicista e, al contempo, avvertire la Casa Bianca che l'Iran “darà una risposta decisa agli aggressori” qualora i raid sul proprio territorio dovessero proseguire.
La cornice di Bishkek offre all'Iran la sponda ideale per provare a neutralizzare l'isolamento diplomatico ed economico tentato dagli Stati Uniti. Mostrandosi al fianco dei vertici di Pechino e Mosca, Pezeshkian ha la possibilità di dimostrare che la strategia della pressione massimizzata propugnata dal tycoon trova un solido argine geopolitico in Oriente. Il contrasto tra i proclami di pace pronunciati nei consessi diplomatici e il rombo dei missili nello spazio aereo mediorientale conferma, tuttavia, che la crisi resta ben lontana da una soluzione negoziale, lasciando aperto il campo a nuovi e imprevedibili sviluppi nelle prossime ore.
(31 AGO – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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