“Le operazioni nei condotti idroelettrici rappresentano l'assoluta priorità delle nostre squadre di soccorso”. Con questa presa di posizione ufficiale, le autorità nepalesi hanno scandito l'avvio della fase più delicata ed estrema della macchina dei soccorsi chiamati a far fronte al disastro idrogeologico che ha devastato il confine tra Nepal e Tibet. Più di 900 lavoratori impiegati nelle centrali idroelettriche della regione risultano tuttora dispersi, inghiottiti dalle colate di fango e detriti che hanno sommerso i siti d'ingegneria d'alta quota. Nei cunicoli e nelle gallerie sotterranee di scavo si concentra l'ultima speranza di rintracciare superstiti, mentre gli ingegneri militari e i reparti specializzati scavano nel limo denso con l'ausilio di trivellatrici pesanti.
L'ondata di fango e roccia è scaturita dal cedimento di una parete di ghiaccio e roccia situata a circa 4.877 metri d'altitudine, la cui imponente valanga di detriti è precipitata a valle lungo un pendio di oltre 1.832 metri. Secondo l'Istituto Geofisico degli Stati Uniti, il gigantesco impatto iniziale ha generato una scossa sismica di magnitudo 5.2, ingannando nei primi momenti gli strumenti di rilevamento e mascherando la natura dell'evento. Le analisi condotte su immagini satellitari e filmati confermati attestano che il gigantesco muro d'acqua e detriti si è allungato per almeno 100 chilometri a valle rispetto al varco di frontiera di Rasuwagadhi, seminando distruzione lungo i bacini dei fiumi Lende Khola, Bhote Koshi e Trishuli.
La dinamica del fenomeno scatenante è stata tracciata dalle agenzie di gestione delle emergenze, che hanno individuato il punto di origine a circa 12 miglia a nord-est del valico di confine. La furia della massa liquida e solida si è abbattuta sui cantieri energetici senza lasciare il tempo di attivare le procedure di evacuazione per le centinaia di operai impegnati nelle infrastrutture.
BILANCIO SPAVENTOSO. Il computo delle vittime ha ormai raggiunto proporzioni impressionati. L'Autorità nazionale nepalese per la riduzione e la gestione del rischio di catastrofi ha aggiornato il bilancio complessivo a 903 morti accertati e 4.247 persone ufficialmente disperse. Solo sul territorio nepalese la polizia locale ha contato al momento 788 salme, trovandosi di fronte a una crisi logistica e sanitaria priva di precedenti recenti nella catena himalayana. Le strutture di conservazione medica ed anatomica della zona sono andate rapidamente in saturazione. L'esaurimento della capacità delle celle frigorifere negli ospedali e nei depositi provinciali ha costretto i funzionari locali ad assumere decisioni estreme: in una delle aree più colpite si è dovuti procedere alla sepoltura di massa per quasi 200 corpi non identificati, al fine di scongiurare il pericolo di epidemie.
Parallelamente, le forze di sicurezza nepalesi e le squadre di soccorso sono riuscite a tratte in salvo 10.451 persone dalle aree isolate dal fango e dalle macerie. Sul versante cinese, le autorità della Regione Autonoma del Tibet hanno confermato almeno 16 morti, stimando in circa 3.000 il numero totale dei dispersi sull'intero raggio dell'evento transfrontaliero.
LA MAPPA DEI RISCHI E L'OMBRA DEL LAGO DI SBARRAMENTO. Mentre i battaglioni dei soccorritori operano sui detriti, la priorità degli idrologi si è spostata sulla prevenzione di nuovi crolli. Oltre confine, il governo cinese ha individuato ed evidenziato otto punti geologici ad alto rischio di disastro nell'area del porto commerciale di Gyirong, uno dei nodi di interscambio più battuti e duramente colpito dalla massa d'acqua. L'elemento di maggiore apprensione riguarda la tenuta idraulica della conca formatasi dopo il crollo iniziale. Gli esperti geologi e i tecnici ambientali hanno avvertito che il cratere originato dalla spaccatura del ghiacciaio rappresenta “il punto di maggior rischio” per la stabilità del bacino d'accumulo provvisorio. L'eventuale rottura dell'invaso naturale scatenerebbe un secondo flusso d'acqua di proporzioni devastanti lungo l'asta fluviale che scende verso la pianura nepalese. Le autorità cinesi e nepalesi mantengono un monitoraggio aereo e satellitare costante sul bacino d'acqua creatosi dietro la frana di sbarramento. La fragilità della parete rocciosa residua e l'instabilità dei versanti impongono il mantenimento dello stato di massima allerta per tutte le comunità residenti entro la fascia dei cento chilometri a valle.
LA LETTURA GEOPOLITICA E IL PESO ECONOMICO DELLA CATASTROFE. La violenza della catastrofe naturale porta con sé un impatto profondo sui fragili equilibri di cooperazione transfrontaliera tra Kathmandu e Pechino. Il valico di Rasuwagadhi-Gyirong costituisce la principale arteria commerciale terrestre per l'approvvigionamento del Nepal e per l'accesso delle merci cinesi nell'Asia meridionale. La quasi totale cancellazione delle infrastrutture doganali, dei ponti di collegamento e della rete stradale d'accesso imporrà tempi di ricostruzione lunghi e costi stimati in miliardi di dollari. La gestione congiunta dell'emergenza ha reso palese l'interdipendenza dei due Paesi di fronte alla vulnerabilità climatica e geologica dell'Himalaya. Dietro i bollettini ufficiali emessi dai rispettivi ministeri, traspare l'urgenza di rivedere la pianificazione delle grandi opere idroelettriche lungo le direttrici fluviali montane. La corsa alla realizzazione di invasi e gallerie in territori ad altissimo rischio sismico e geologico ha mostrato i propri limiti strutturali di fronte a eventi estremi di questa portata.
La cooperazione d'emergenza sul campo tra le diplomazie dei Paesi coinvolti si trova dunque a dover bilanciare la gestione dell'assistenza umanitaria con l'imponente impatto economico provocato dalla paralisi del commercio transfrontaliero. L'azzeramento della capacità produttiva delle centrali idroelettriche travolte arrecherà inoltre un duro colpo alla rete elettrica nazionale nepalese, proiettando gli effetti della tragedia ben oltre il perimetro geografico della valle colpita. (31 AGO – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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