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ambiente

Himalaya, prevedere il prossimo crollo glaciale è possibile

Capire se e quando una montagna dell’Himalaya potrebbe cedere, trascinando con sé ghiaccio, roccia e acqua, è una delle sfide più difficili per la ricerca sui cambiamenti climatici.


L’inondazione che ha colpito nei giorni scorsi l’area tra Nepal e Tibet riporta così al centro una domanda cruciale: quanto è possibile prevedere questi eventi prima che si verifichino? La risposta, secondo gli esperti citati da National Geographic, non può ancora tradursi nella previsione precisa di un giorno e di un’ora. Ma la scienza dispone di strumenti sempre più sofisticati per individuare le condizioni che rendono un versante instabile e riconoscere i segnali che possono precedere un collasso. Nel caso dell’evento avvenuto tra Nepal e Tibet, la dinamica sembra essere partita dal cedimento di una porzione di roccia situata sotto un ghiacciaio. Il collasso avrebbe coinvolto anche il ghiaccio, generando una massa capace di modificare rapidamente il corso dell’acqua e provocare l’inondazione a valle. Ricostruire con precisione questa sequenza è importante proprio perché permette di capire quali segnali possano essere utilizzati in futuro. “Ci aspettiamo ulteriori instabilità in alta montagna”, ha spiegato a National Geographic Kristen Cook, geomorfologa dell’Université Grenoble Alpes. Il problema, ha aggiunto, è che “crolli di questo tipo, anche di dimensioni più ridotte, continueranno sicuramente a verificarsi”. L'aumento delle temperature rende il quadro ancora più complesso. La fusione dei ghiacciai, infatti, modifica la struttura dei versanti e “accelera e la formazione di laghi glaciali, insieme ad altri fattori e alla fragilità della geologia, rende instabile la montagna”, ha dichiarato a National Geographic il glaciologo Mohan Bahadur Chand dell’Università di Kathmandu. Prevedere significa quindi soprattutto monitorare. Immagini satellitari, osservazioni sul terreno e sistemi di rilevamento possono aiutare a seguire l’evoluzione dei ghiacciai, delle pareti rocciose e dei bacini d’acqua. Non consentono necessariamente di stabilire quando avverrà un collasso, ma possono contribuire a identificare le aree nelle quali il rischio sta aumentando. Un esempio significativo arriva dalla Svizzera. Nel 2025, l’instabilità di un ghiacciaio aveva reso necessario evacuare il villaggio di Blatten. Il monitoraggio e la comunicazione del rischio permisero di allontanare la popolazione prima del collasso. “Una comunicazione molto chiara e trasparente ha permesso un’evacuazione senza intoppi, grazie alla quale, alla fine, nessun abitante di Blatten ha perso la vita”, ha raccontato a National Geographic Benjamin Bellwald, ricercatore dell’Istituto geotecnico norvegese. È questa, oggi, la frontiera della previsione: non tanto sapere con certezza quale montagna crollerà domani, quanto riuscire a riconoscere per tempo l’aumento del pericolo e trasformare quei segnali in un’allerta.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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