di Paolo Pagliaro
Dicono i dati della Fondazione Gimbe che nella classifica della spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia figura al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. Per la salute dei cittadini lo Stato spende il 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore al 7,1% della media europea. Sul fronte della spesa pro-capite, il divario rispetto alla media degli altri Paesi ha superato i 36 miliardi.
Il rapporto tra spesa e prodotto interno lordo oggi è leggermente più alto che nel 2000, ma molto più basso del picco raggiunto dopo la crisi del 2008. Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite degli ultimi 20 anni racconta una storia di progressivo arretramento: l'Italia è sempre rimasta all'ultimo posto tra i paesi del G7. Ciò che è cambiato drasticamente è l'ampiezza del divario: se nel 2008 il distacco era contenuto, oggi è diventato abissale. Il caso più emblematico è il Regno Unito: pur avendo un modello sanitario universalistico simile al nostro, a partire dalla pandemia ha aumentato costantemente la spesa pubblica, superando in pochi anni Canada e Giappone e posizionandosi appena sotto la Francia, mentre l'Italia restava ferma. Un divario già esistente ma gestibile è diventato strutturale e molto ampio.
Il servizio sanitario continua a garantire un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e finanziariamente accessibili. Chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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