di Paolo Pagliaro
Commentando il trionfo dell’estrema destra in Sassonia, Michele Valensise, presidente dell’Istituto Affari Internazionali, scrive sul Messaggero che il populismo anti-immigrazione non ha bisogno di dati, bastano parole d’ordine furbe e martellanti.
Quella ormai esigua minoranza che si ostina a misurare la realtà con il metro dei dati, sa invece perfettamente che il contributo degli immigrati alla crescita delle società che li accolgono è ben superiore alla loro quota di popolazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, in un anno gli immigrati hanno prodotto il 18% dell'output economico totale (circa 2.100 miliardi di dollari in valori 2024), a fronte di una quota demografica del 14,3%. Sul fronte fiscale, i dati indicano che nel 2023 le famiglie immigrate senza documenti hanno versato 90 miliardi di dollari in tasse federali, statali e locali, e che nel complesso vengono dalle le famiglie immigrate (regolari e irregolari) 17 dollari ogni 100 di tasse raccolte. Se avrà successo il piano di deportazioni evocato dall'amministrazione Trump, si stima che entro il 2028 ci sarà un aumento dei prezzi del 9,1% dovuto alla scarsità di manodopera.
Il quadro europeo è analogo. Da oggi al 2050 la popolazione in età lavorativa dovrebbe calare di 1,2 milioni l'anno; senza migrazioni il calo salirebbe al doppio.
Il caso Italia è particolarmente rilevante: gli stranieri rappresentano circa il 9% della popolazione ma incidono solo per il 3,5% sulla spesa pubblica, versando al fisco molto più di quanto ricevono, nonostante siano impiegati in lavori a basso reddito. Senza immigrati collasserebbero interi settori come l’edilizia, l’agricoltura e una quota significativa della manifattura e del terziario. Il fatto che di tutto questo non si parli mai, non aiuta ad affrontare in modo equilibrato i problemi che nascono da una difficile integrazione.





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