Un faro di fraternità in un mondo armato. Le celebrazioni per san Francesco ad Assisi, per la prima volta tornate ad essere – dal 1977 - solenne festa nazionale civile in onore del patrono d’Italia, in occasione dell’ottavo centenario della morte - assumono quest'anno un significato profondo e drammaticamente attuale. Nel pieno di un contesto geopolitico internazionale segnato da guerre cruente, lacerazioni profonde e dalla costante minaccia del riarmo globale, dalla città umbra si leva il richiamo francescano alla radicalità evangelica della pace sullo sfondo di bn 65 conflitti armati attivi nel mondo, il picco storico di ostilità dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L'elemento più allarmante evidenziato dagli analisti è il raddoppio dei conflitti diretti tra Stati, saliti a 8 scontri interstatali, la cifra più alta mai registrata dal 1946 ad oggi, che vede coinvolte direttamente o indirettamente almeno 92 nazioni. Dalla Loggia del Sacro Convento, le massime autorità dello Stato - con la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella - e i vertici della Chiesa cattolica sono protagonisti di un appello corale per il disarmo in una ricorrenza epocale che unisce fede, storia e istituzioni. L'edizione dell'ottavo centenario, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento UNESCO, dimostra quanto la figura del “poverello d'Assisi” resti incredibilmente attuale. Tra delegazioni internazionali, ambasciatori e migliaia di pellegrini provenienti da ogni angolo del mondo, Assisi si riconferma la capitale mondiale del dialogo e della pace, stringendosi attorno all'eredità spirituale e culturale del suo cittadino più illustre.
Le celebrazioni sono entrate nel vivo ieri, la giornata tradizionalmente dedicata al “transito” di san Francesco. I riti si si sono aperti nel pomeriggio presso il santuario della spogliazione e proseguiti alla basilica di Santa Maria degli Angeli, luogo dove sorge la celebre Porziuncola. Nella notte migliaia di fedeli hanno partecipato al pellegrinaggio notturno culminato a mezzanotte con il suono a festa delle campane della basilica e la prima eucaristia notturna. Stamane, dopo la messa solenne presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, in diretta su Rai 1, torna la tradizionale accensione della lampada votiva con l’olio offerto a rotazione da una regione italiana - simbolo tangibile di una luce di speranza ed unità contro ogni logica di supremazia e scontro – che in questa edizione è dall’Umbria, terra natale del santo, con il sindaco di Assisi, Valter Stoppini, che compie l'atto simbolico di accendere la lampada a nome di tutti i Comuni e dei cittadini d'Italia. Successivamente, dalla Loggia del Sacro Convento, il discorso del capo dello Stato Sergio Mattarella per un momento di riflessione sui valori di pace, fraternità e custodia del creato propri del messaggio francescano. Le celebrazioni ufficiali si chiudono nel pomeriggio con la processione sul sagrato della Basilica Superiore.
La scelta radicale del santo di Assisi di disarmarsi, di farsi prossimo degli ultimi e di dialogare persino con il nemico (come storicamente narrato nell'incontro con il sultano) viene invocata oggi come via d'uscita per evitare il baratro della distruzione totale con l'invasione russa in Ucraina, giunta al suo quinto anno consecutivo con centinaia di migliaia di vittime, e il fronte del Medio Oriente in cui il conflitto iniziale a Gaza (responsabile di circa 70.000 morti tra il 2023 e il 2025) si è ramificato in una guerra regionale multilaterale. Le tensioni vedono l'Iran e Israele affrontarsi direttamente, affiancati dagli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso e dagli scontri nel Libano meridionale, che da soli hanno generato oltre 1 milione di sfollati interni in territorio libanese. Al di fuori dei radar mediatici, la crisi umanitaria più sanguinosa per i civili si consuma in Sudan, dove la guerra civile ha provocato da sola oltre 76.500 decessi e detiene il primato drammatico di 9,1 milioni di sfollati interni. Parallelamente, il Myanmar affronta una guerriglia frammentata che vede quasi 200 gruppi etnici combattere la giunta militare, mentre la violenza dei cartelli in Messico continua a mietere migliaia di vittime in un contesto di scontro quasi-statale. Questa spinta bellica globale, esacerbata da un aumento del 1400% nell'uso di droni militari dal 2018, si riflette sui dati demografici globali: secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), le persone costrette alla fuga da guerre e persecuzioni si attestano alla quota record di 117,8 milioni di individui, di cui 41,6 milioni sono rifugiati veri e propri e 68,7 milioni sono sfollati all'interno dei propri confini nazionali, confermando che oggi più di 1 persona su 70 nel mondo è in fuga da una crisi armata.
L'impatto economico globale dei conflitti mondiali si traduce in una ridefinizione radicale dei bilanci statali e delle catene di approvvigionamento mondiali. La spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.443 miliardi di dollari, guidata dagli Stati Uniti con 916 miliardi, seguiti dalla Cina con una stima di 296 miliardi e dalla Russia, che ha ormai convertito la propria struttura industriale in un'economia di guerra stanziando circa 109 miliardi di dollari (oltre il 6% del suo PIL). In Europa, la percezione della minaccia russa ha spinto ben 23 dei 32 membri della NATO a superare la soglia target del 2% del PIL destinato alla difesa, con picchi straordinari in Polonia che sfiorano il 4%. Questa massiccia allocazione di capitali verso gli armamenti sottrae risorse cruciali al welfare e alla transizione ecologica, mentre i teatri di guerra attivi continuano a strangolare il commercio internazionale. Gli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso hanno provocato il crollo di oltre il 70% del traffico mercantile attraverso il Canale di Suez, costringendo i vettori marittimi a circumnavigare l'Africa con un aumento dei tempi di navigazione di 10-14 giorni e una conseguente impennata dei costi dei noli container, cresciuti fino al 250% su alcune rotte fondamentali. Tale dinamica, unita alla distruzione delle infrastrutture civili nei territori in conflitto, mantiene costante la pressione inflazionistica sui mercati energetici e delle materie prime alimentari, colpendo in modo sproporzionato i Paesi in via di sviluppo e costringendo le banche centrali a mantenere i tassi di interesse più alti della media storica per arginare la volatilità.
L'Unione Europea si trova al centro di questo terremoto geopolitico, subendo ripercussioni industriali asimmetriche che stanno ridisegnando le sue priorità economiche. La spesa complessiva per la difesa tra i 27 Paesi membri ha toccato la cifra record di 454 miliardi di euro, pari al 2,4% del PIL dell'UE, registrando un balzo straordinario del 75,3% rispetto al 2021. Questo boom del riarmo agisce come un potente stimolo per il comparto industriale militare europeo, il cui fatturato ha superato i 183,4 miliardi di euro dando lavoro a oltre 633.000 occupati. Tuttavia, i vertici comunitari e l'Agenzia Europea per la Difesa (EDA) evidenziano come questa corsa agli approvvigionamenti stia mettendo a nudo gravi lacune strutturali: la frammentazione dei sistemi d'arma tra i vari Stati e la dipendenza dalle catene di fornitura extra-europee limitano l'efficienza strategica, mentre l'alto costo dell'energia e la stagnazione della produttività indeboliscono i comparti manifatturieri civili tradizionali, storicamente centrali per economie come quella italiana o tedesca.
Sul fronte della risposta geopolitica, l'efficacia dei regimi sanzionatori internazionali solleva un dibattito complesso tra gli analisti. Il pacchetto di restrizioni varato dall'Unione Europea contro la Russia ha colpito circa 3.000 tra persone ed entità, congelando 210 miliardi di euro di beni della Banca Centrale russa e imponendo un embargo che blocca il 54% delle esportazioni e il 58% delle importazioni storiche rispetto al periodo pre-conflitto. Nonostante il tetto al prezzo del greggio russo (oil price cap) fissato a 47,6 dollari al barile e l'esclusione di oltre 100 istituti finanziari dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, l'economia di Mosca ha mostrato una resilienza inaspettata. La Russia è riuscita ad aggirare parzialmente i blocchi commerciali reindirizzando i flussi di petrolio e gas verso la Cina e l'India attraverso una vasta "flotta ombra" di petroliere non tracciabili, dimostrando come l'efficacia delle sanzioni economiche multilaterali rimanga parziale se non supportata da una cooperazione globale uniforme, trasformando la guerra finanziaria in una complessa sfida di logoramento a lungo termine. (4 ott – red)
Intanto le tensioni nel Mar Rosso e in Medioriente minacciano la sicurezza delle rotte commerciali e il corridoio India-Medio Oriente-Europa. “Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb non sono questioni regionali. Sono arterie globali” ha affermato l’ambasciatore in Italia degli Emirati Arabi Uniti, Abdulla Ali Al Subousi, un’intervista al Sole 24 Ore. “La nostra posizione è che nessun Paese ha il diritto di interrompere questi flussi. La risposta deve essere ricercata attraverso le sedi internazionali. Abbiamo riaffermato il nostro impegno per l’Imec. Il segmento oggi più avanzato è quello tra India ed Emirati. Stiamo lavorando anche sulla connessione con Europa e Italia. Gli Emirati hanno investito in porti, infrastrutture logistiche e pipeline proprio per evitare di dipendere da un unico punto di passaggio. Stiamo modernizzando il nostro ruolo di hub per le merci, l’energia e i dati. Se una rotta è sottoposta a pressione, il commercio deve poter continuare a muoversi. Per questo abbiamo investito nello sviluppo della rete ferroviaria Etihad Rail, che costruisce un collegamento terrestre tra i porti e gli aeroporti degli Emirati e che arriverà fino alla Giordania. Stiamo inoltre rafforzando le capacità del porto di Fujairah, che si trova al di fuori dello Stretto di Hormuz, per affrontare le crisi attuali”. (4 ott – red)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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