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direttore Paolo Pagliaro

QUEL CHE RESTA DEL GOP
DOPO LO TSUNAMI BLU

QUEL CHE RESTA DEL GOP <BR> DOPO LO TSUNAMI BLU

“La ragione per cui abbiamo perso è la guerra”. Con questa ammissione tagliente, affidata a un intervento pubblico pubblicato sui social network, il vicepresidente americano JD Vance ha aperto il vaso di Pandora delle analisi post-elettorali nel Partito Repubblicano. La sonora batosta rimediata dal Grand Old Party (GOP) nelle elezioni di metà mandato non è stata derubricata a un semplice incidente di percorso, ma viene letta dai media statunitensi e dai principali esponenti conservatori come una vera e propria crisi esistenziale. Mentre il presidente americano Donald Trump è tornato ieri alle sue consuete accuse infondate sui brogli elettorali — affermando giovedì nello Studio Ovale della Casa Bianca che “le nostre elezioni sono talmente truccate che non avete idea” —, l'apparato repubblicano fa i conti con un verdetto impietoso che ha riconsegnato ai Democratici sia la Camera dei Rappresentanti sia il Senato.

UN “EVENTO DA ESTINZIONE”: L'ANALISI SPIETATA DEI BIG REPUBBLICANI. Il dibattito interno si è immediatamente focalizzato sulle ragioni profonde di una sconfitta che il governatore della Florida Ron DeSantis ha definito senza mezzi termini “vicina a un evento da estinzione”. Sulla stessa lunghezza d'onda si è mosso il senatore del Texas Ted Cruz, il quale, intervenendo nel corso del suo podcast, ha parlato apertamente di una debacle senza appello: “Il 2026 non è stato solo un'onda blu, è stato uno tsunami blu”. Cruz ha puntato il dito contro lo scollamento della classe dirigente rispetto alle urgenze quotidiane dei cittadini, evidenziando come gli elettori abbiano espresso una netta bocciatura economica: “Il cibo è troppo caro, la benzina è troppo cara, l'assicurazione è troppo cara, la vita è troppo cara”.

Il nodo gordiano sollevato da JD Vance e ripreso da gran parte della stampa d'oltreoceano risiede tuttavia nel costo politico del conflitto in Iran. “Se volete sostenere che ne è valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni ne è valso la pena, fatelo pure”, ha incalzato Vance, sottolineando che un'onesta riflessione sul futuro del movimento non può prescindere da questo fattore. Un'analisi confermata anche dai sondaggi all'uscita dai seggi elaborati dalla stampa Usa, che hanno evidenziato come gli elettori abbiano duramente punito i conservatori non solo per la gestione della politica estera, ma anche per l'incapacità di arginare la crisi del costo della vita.

LA FRUSTRAZIONE DEI MODERATI E LE MACERIE TERRITORIALI. La scossa tellurica ha travolto anche le figure storiche e moderate del partito, incapaci di schermarsi dall'impopolarità crescente dell'inquilino della Casa Bianca. La senatrice uscente Susan Collins, sconfitta in Maine dal democratico Troy Jackson, ha descritto con amarezza la propria situazione mercoledì al New York Times: “Sono stata travolta dallo tsunami di Trump che ha spazzato via molti senatori repubblicani in carica che hanno servito bene i loro stati per molti anni e che hanno davvero a cuore il nostro Paese”. Collins ha denunciato il cortocircuito di una base militante sorda a qualsiasi distinguo istituzionale: “Tutti ignorano il fatto che ho votato per la sua condanna nel secondo processo di impeachment. Io voglio risultati e loro vogliono solo retorica aggressiva”. Nel frattempo, il quadro numerico fotografa una maggioranza democratica consolidata a quota 250 seggi alla Camera, mentre al Senato i Democratici si sono garantiti almeno 54 seggi su 100. Tra i seggi ancora in bilico spicca il caso dell'Alaska, dove Trump è intervenuto ieri mattina su Truth Social con toni polemici riguardo alla presenza di un omonimo nella competizione: “I voti per il falso Dan Sullivan (...) dovrebbero essere immediatamente attribuiti al VERO Dan Sullivan, e le elezioni sono finite: vince facilmente. Non c'è altro modo equo!” Al momento lo spoglio vede la democratica Mary Peltola in leggero vantaggio.

LA RISPOSTA DELLA CAMERA E LA MOSSA DEL REPUBBLICANO SCALISE. Mentre il segretario di Stato americano Marco Rubio ha smentito le voci di un suo imminente addio all'amministrazione — confermando che restare fino alla fine era nei suoi piani originari —, i vertici del partito si riorganizzano per la difesa parlamentare. Il deputato repubblicano Steve Scalise, attuale leader della maggioranza e in piena corsa per la leadership della minoranza in vista del voto interno previsto per il 10 novembre, ha inviato ieri una direttiva d'allerta ai presidenti delle commissioni del partito. “Useranno i loro poteri di controllo per perseguitare il Presidente, la sua famiglia, i membri del gabinetto e cercheranno di distruggere i nostri alleati”, ha scritto Scalise — esponente di spicco dell'apparato conservatore alla Camera — riferendosi ai Democratici, invitando i colleghi a fare un inventario preventivo e a sfruttare gli ultimi giorni di potere istituzionale per erigere una linea di difesa strategica in vista delle inchieste della prossima legislatura. (6 NOV – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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