di Paolo Pagliaro
Per dodici anni l’Autorità nazionale anticorruzione ha avuto alla guida persone scelte per la loro storia professionale e non per la tessera in tasca. All’inizio c’erano magistrati come Antonio Martone e Raffaele Cantone. Poi un giurista come Francesco Merloni, che ha tenuto il timone nella fase più incerta, e un dirigente pubblico come Giuseppe Busia, cresciuto nelle autorità indipendenti. Avevano storie e sensibilità diverse, ma avevano in comune una cosa: la distanza dai partiti. Non era un dettaglio, era il motivo stesso per cui l’Autorità esisteva.
Con la designazione di Trifone Altieri, ex deputato della Lega e fino a poco fa responsabile di un dipartimento del partito, quella distanza si annulla. Un organo che deve vigilare sugli appalti, sulle nomine e sulla trasparenza delle amministrazioni, anche quando le guida il governo, viene affidato a un uomo che di quel governo condivide la bandiera. In questi anni l’ANAC ha criticato l’esecutivo più di una volta, dal Ponte sullo Stretto all’abolizione dell’abuso d’ufficio, e oggi è difficile non leggere questa scelta come una risposta.
Il legislatore aveva previsto proprio questo rischio. Ha escluso chi ha avuto cariche di partito nei tre anni precedenti e ha chiesto per la nomina il voto dei due terzi delle commissioni parlamentari, perché nessuna maggioranza potesse scegliersi da sola il proprio controllore. Quella soglia oggi è l’ultimo argine. Spetta ai parlamentari, anche a quelli della maggioranza che hanno a cuore le istituzioni, ricordare che un arbitro con la maglia di una squadra non è più un arbitro.





amministrazione