“I nuovi dati Istat sulla fuga dei cervelli riportano l’Italia al grande esodo migratorio di fine Ottocento. Solo che allora se ne andavano i 'pitocchi', i più poveri e malconci; oggi tocca alla 'meglio gioventù' di un Paese che da vent’anni reagisce con vagonate di chiacchiere, senza riuscire a proporre ai suoi ragazzi alternative concrete per farli restare". Lo scrive Il Piccolo in un articolo a firma del giornalista e saggista Francesco Jori. "Il rapporto dell’Istituto di statistica demolisce ogni alibi. Il saldo migratorio 2024 dei cittadini italiani tra i 25 e i 34 anni è in rosso profondo: a fronte di 25mila espatri, i rimpatri sono stati poco più di 4mila, determinando una perdita netta di quasi 21mila giovani laureati" prosegue l’articolo, sottolineando come il fenomeno colpisca duramente il Nord Est. "In testa alla classifica figura Padova, con una quota del 65 per cento di laureati sul complesso di chi se ne va. Ma è tutt’altro che un caso isolato: Venezia è a quota 61 come Rovigo, Treviso e Belluno 59, Vicenza 57. Non va meglio nel Friuli Venezia Giulia: in testa Trieste col 61, poi Udine col 60, Gorizia col 58, Pordenone con il 54". Si riporta inoltre il monito di Luca Paolazzi, già direttore scientifico della Fondazione Nord Est: "L’Italia è fuori dalla circolazione di talenti perché è ultima per attrattività. Siamo entrati in una fase critica. I giovani scarseggiano per le imprese, mancano nel sistema della pubblica amministrazione, e mancheranno sempre di più in ogni ganglio vitale della vita civile ed economica del Paese. Insensibilità e immobilismo sono scandalosamente inaccettabili". In conclusione, si evidenzia l'urgenza di un cambio di rotta: "Occorrono investimenti stabili nella ricerca e infrastrutture, migliori percorsi di carriera e incentivi fiscali/contrattuali mirati, più opportunità locali per lavoro qualificato; occorre una radicale innovazione di sistema, dalle istituzioni all’economia alla formazione".
"C’è chi parte per l’università e non torna più. Chi lascia il paese d’origine per un contratto di lavoro, una specializzazione o semplicemente per cercare opportunità che altrove sembrano più accessibili. Anno dopo anno, queste scelte individuali stanno ridisegnando la geografia demografica del Paese. E il risultato è un Mezzogiorno sempre più povero di giovani" scrive Il Sole 24 Ore. "Dal 2019 a oggi la popolazione tra i 18 e i 35 anni residente nelle regioni meridionali si è ridotta del 7,6%, mentre nel Nord Italia è cresciuta del 4,8 per cento" prosegue il quotidiano, evidenziando come, citando i dati del rapporto Svimez “Un Paese, due emigrazioni”, "nel Mezzogiorno i residenti tra 18 e 35 anni sono passati da oltre 4,1 milioni nel 2019 a circa 3,8 milioni nel 2026, con una perdita superiore a 313mila persone". Inoltre “dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha trasferito la residenza dal Mezzogiorno al Centro-Nord. Oltre un terzo era laureato. Al netto dei rientri, il Sud ha perso più di 500mila giovani tra i 25 e i 34 anni, di cui circa 270mila laureati", "se all’inizio degli anni Duemila i laureati rappresentavano meno del 20% dei giovani in partenza, oggi sfiorano il 60 per cento". L’articolo cita le parole di Francesca Licari, demografa dell’Istat, la quale annuncia che "entro fine mese pubblicheremo il rapporto con i dati aggiornati e il fenomeno, ormai strutturale, è in aumento". Il quotidiano conclude sottolineando che "il possesso di un titolo di studio avanzato non si limita a facilitare la mobilità dei giovani, ma ne diventa un potente fattore propulsivo", alimentando un "progressivo svuotamento selettivo del capitale umano più qualificato, che compromette in modo strutturale le prospettive di sviluppo, innovazione e riequilibrio demografico del Mezzogiorno". (22 giu - red)
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