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direttore Paolo Pagliaro

LA RUSSIA OSTAGGIO
DEL PROPRIO PASSATO?

LA RUSSIA OSTAGGIO <BR> DEL PROPRIO PASSATO?

«Il 22 giugno 1941 è una delle date più tragiche e luttuose della nostra storia. I nazisti attaccarono a tradimento l'Unione Sovietica, pianificando di impossessarsi del paese e delle sue vaste risorse, di distruggere completamente la sua cultura e il suo patrimonio storico». Con queste parole, pronunciate il 9 maggio scorso, Giorno della Vittoria, dal presidente russo Vladimir Putin durante le celebrazioni della parata militare sulla Piazza Rossa, il Cremlino ha tracciato la sua linea di continuità storica. Oggi la Federazione Russa si ferma per osservare la Giornata della Memoria e del Dolore, che commemora l'inizio dell'invasione tedesca di ottantacinque anni fa. Tuttavia, questo anniversario si colloca in un contesto inedito e denso di implicazioni politiche: il quinto anno della guerra contro l'Ucraina. Un conflitto che, per durata temporale e logoramento, ha ormai superato la stessa epopea bellica contro il Terzo Reich, sollevando profondi interrogativi sulla sostenibilità dell'apparato narrativo di Mosca.

La ricorrenza odierna non è soltanto un momento di raccoglimento nazionale, ma rappresenta un ingranaggio centrale nella propaganda russa, da tempo impegnata a sovrapporre il passato e il presente. Il capo dello Stato ha più volte ribadito la tesi secondo cui l'attuale operazione militare speciale non sia altro che la naturale prosecuzione della lotta antifascista del secolo scorso. Eppure, dietro la solennità delle cerimonie ufficiali e la retorica dei sacrifici immensi, si nasconde la necessità di giustificare una guerra di logoramento che sta ridefinendo gli equilibri interni e internazionali, imponendo alla popolazione uno sforzo che la memoria collettiva faticava ad associare all'era contemporanea.

LA SOVRAPPOSIZIONE RETORICA TRA PASSATO E PRESENTE. Il tentativo del leader russo di assimilare i soldati odierni ai veterani dell'Armata Rossa risponde a una precisa strategia di legittimazione interna. Nei discorsi ufficiali, il Cremlino cerca di far passare il messaggio di un nuovo conflitto anti-nazista, dipingendo l'Ucraina e i suoi alleati occidentali come i diretti eredi ideologici delle potenze dell'Asse. Questa lettura, tuttavia, richiede uno sforzo interpretativo costante da parte degli analisti, poiché mira a trasmutare una guerra d'aggressione in una lotta esistenziale per la sopravvivenza stessa della nazione.

La mistica della vittoria, pilastro dell'identità russa post-sovietica, viene così piegata alle esigenze del momento. Se ieri la resistenza contro gli invasori hitleriani era fondata sulla difesa del territorio nazionale, oggi la dirigenza di Mosca tenta di applicare gli stessi canoni morali a un'operazione condotta oltre i propri confini originari. La lunghezza stessa delle ostilità correnti, superiore a quella della Seconda Guerra Mondiale sul fronte orientale, incrina la tesi di una campagna rapida e risolutiva, costringendo le autorità a istituzionalizzare lo stato di mobilitazione permanente attraverso il richiamo ai miti patriottici.

OSTAGGIO DELLA PROPRIA STORIA: LA TRAPPOLA DELLA MEMORIA. Leggendo in filigrana le dinamiche sociali della Federazione Russa, emerge un fenomeno strutturale più profondo: lo Stato sembra essere diventato a tutti gli effetti ostaggio del proprio passato. La monumentalizzazione della Grande Guerra Patriottica, elevata a dogma civile indiscutibile nell'ultimo ventennio, ha progressivamente chiuso ogni via d'uscita politica o diplomatica per l'attuale dirigenza. Nel momento in cui ogni compromesso o arretramento sul campo viene equiparato a una nuova “resa di fronte al fascismo”, la ritirata diventa ideologicamente impossibile, intrappolando il paese in una spirale di mobilitazione perpetua.

Questa dipendenza psicologica dal mito fondativo della nazione agisce come una potente leva di arruolamento di massa. L'orgoglio per il trionfo sul nazismo, tramandato di generazione in generazione e rinvigorito da una martellante propaganda scolastica e mediatica, viene utilizzato come principale motivazione morale per spingere migliaia di cittadini ordinari a immolarsi nel devastante e cruento conflitto ucraino. Il cittadino russo non è chiamato a difendere un obiettivo geopolitico contingente, ma a replicare il sacrificio epico dei propri nonni. Questo cortocircuito storico trasforma il lutto e la perdita non in fattori di dissenso, ma in un tributo necessario dovuto alla continuità della storia patria.

Numerosi storici e sociologi hanno osservato come la Russia contemporanea stia consumando il capitale morale del 1945 per alimentare un'operazione che se non si vuol proprio definire di stampo imperiale in ogni caso è difficile inquadrare come prettamente difensiva. In questa prospettiva, la dirigenza del Cremlino non controlla più interamente lo spettro del passato che ha risvegliato; al contrario, è costretta a esasperarne i toni per evitare il crollo del consenso. L'eredità della vittoria, da elemento di coesione e orgoglio pacifico, si è tramutata in una gabbia culturale e retorica che normalizza l'immolazione collettiva e giustifica il logoramento umano ed economico della nazione.

AUTOCRAZIA E LOGORAMENTO: IL PARALLELISMO TRA PUTIN E STALIN. Un parallelismo storico che trova una sua drammatica attualità risiede nella natura stessa dei sistemi politici capaci di sostenere conflitti di logoramento ad altissimo costo umano. L'analisi comparativa tra la gestione della seconda guerra mondiale da parte di Iosif Stalin e l'attuale strategia di Putin evidenzia come la capacità di assorbire perdite massicce, senza subire contraccolpi interni immediati, sia una prerogativa quasi esclusiva dei regimi fortemente autoritari.

Se ieri il segretario generale del PCUS poteva fare affidamento su una mobilitazione totale e coercitiva per respingere l'invasore, oggi l'attuale dirigenza russa si trova a operare in un contesto formalmente diverso, ma simile nelle dinamiche di impiego delle risorse umane. Le testimonianze provenienti dal fronte descrivono con frequenza ondate di fanti russi impiegate in assalti frontali contro le fortificazioni ucraine, una metodologia che molti osservatori internazionali hanno accostato alle tattiche dell'Armata Rossa nel secolo scorso.

Leggendo tra le righe della narrativa ufficiale di Mosca, questa apparente indifferenza per il tasso di mortalità tra le proprie fila non è un semplice errore tattico, bensì una precisa scelta strategica: saturare le capacità difensive dell'avversario attraverso la pura pressione demografica e materiale. Tuttavia, la sostenibilità a lungo termine di questo modello presenta profonde differenze rispetto al passato. Stalin operava all'interno di un'ideologia totalitaria globale e in un momento di minaccia esistenziale diretta sul suolo patrio. Al contrario, l'inquilino del Cremlino deve alimentare la macchina bellica in una guerra di aggressione fuori dai confini nazionali, basando il consenso non più sul terrore ideologico, ma su un misto di apatia sociale, incentivi economici per i volontari e repressione mirata del dissenso. La trasformazione della società russa in un apparato resiliente a un simile livello di perdite indica che lo Stato ha raggiunto un grado di controllo e di sottomissione dei corpi intermedi che emula, pur con strumenti moderni, la capacità di mobilitazione dei periodi più bui del Novecento.

IL SIGNIFICATO DEI SIMBOLI E LA REAZIONE INTERNAZIONALE. Durante la mattinata di oggi, la tradizionale cerimonia di deposizione della corona presso la Tomba del Milite Ignoto a Mosca assumerà un valore fortemente simbolico. Non si tratta solo di onorare i milioni di caduti del passato, ma di blindare il consenso attorno alle scelte odierne. Fonti vicine alla presidenza russa indicano che il capo dello Stato approfitterà dell'evento per rinsaldare il legame emotivo con le famiglie dei militari attualmente impegnati al fronte, ribadendo l'ineluttabilità del cammino intrapreso.

Dall'altro lato del fronte, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i vertici di Kiev leggono queste celebrazioni come l'ennesima dimostrazione della strumentalizzazione della storia da parte di Mosca. Per il governo ucraino, la vera analogia storica risiede nell'aggressione subita, ribaltando i ruoli assegnati dalla propaganda del Cremlino e identificando l'attuale dirigenza russa con le logiche imperialiste e distruttive che caratterizzarono il 1941. Il superamento della durata della Grande Guerra Patriottica diventa così, nella lettura della diplomazia internazionale, il simbolo di un vicolo cieco strategico da cui la Federazione Russa non sembra in grado di uscire se non esasperando la militarizzazione della propria società. (22 GIU – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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