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direttore Paolo Pagliaro

DISTURBI DA SCHERMO
IN DECISO AUMENTO

DISTURBI DA SCHERMO <BR> IN DECISO AUMENTO

Computer per lavorare, smartphone per comunicare, tablet per studiare, piattaforme digitali per organizzare attività e servizi. La digitalizzazione ha semplificato una parte importante della vita quotidiana, ma sta contemporaneamente modificando il rapporto tra corpo, movimento, vista e carico cognitivo. Non si tratta più soltanto di quanto tempo trascorriamo online: il punto è come il nostro organismo vive le molte ore passate davanti agli schermi. In Italia il fenomeno interessa ormai la grande maggioranza della popolazione. Secondo i dati Istat relativi al 2025, l'83,1% delle persone di almeno sei anni ha utilizzato Internet nei tre mesi precedenti l'intervista. La percentuale supera il 95% tra gli 11 e i 44 anni, raggiunge il 98% circa tra i 15 e i 24 anni e arriva al 93,6% tra i 45 e i 54 anni.  Uno degli effetti maggiormente studiati riguarda la vista. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata sul Journal of Optometry, che ha analizzato 103 studi e 66.577 partecipanti, ha stimato una prevalenza complessiva della Computer Vision Syndrome (CVS) del 69%. Il dato saliva al 76,1% tra gli studenti universitari. Gli autori avvertono tuttavia che gli studi utilizzano criteri non sempre omogenei, con una forte variabilità delle stime. Una più recente meta-analisi sull'astenopia, pubblicata nel 2026 e costruita su 63 studi, ha stimato una prevalenza complessiva dei sintomi del 51%, che raggiungeva il 90% tra gli utilizzatori di dispositivi digitali e il 77% tra chi lavora al computer. Tra i sintomi rilevati figuravano stanchezza oculare nel 65% dei casi, affaticamento visivo nel 47%, bruciore o irritazione nel 43%, ma anche mal di testa nel 50% e difficoltà di concentrazione nel 44%. “Occhi secchi, bruciore, difficoltà di messa a fuoco e mal di testa non dovrebbero essere liquidati come il prezzo inevitabile della modernità – osserva Roberto Feroli, project manager di Salute.it –. Se compaiono con continuità significa che occorre interrogarsi sulle ore trascorse davanti ai dispositivi, sulle pause, sulla distanza dallo schermo, sull'illuminazione e sulla postazione utilizzata”. 

Il secondo fronte riguarda l'apparato muscoloscheletrico. L'indagine europea Esener 2024 di Eu-Osha mostra che il 64% dei luoghi di lavoro europei segnala il mantenimento prolungato della posizione seduta come fattore di rischio, mentre il 63% indica i movimenti ripetitivi di mani e braccia. Sono i primi due fattori rilevati dall'indagine. Parallelamente, la quota di imprese che dichiara la presenza di dipendenti al lavoro da casa è passata dal 13% del 2019 al 23% del 2024. La stessa meta-analisi del 2026 sull'astenopia ha rilevato, accanto ai sintomi oculari, dolore cervicale nel 45% e dolore alle spalle nel 30% dei soggetti analizzati. Il problema non è quindi riconducibile esclusivamente allo schermo, ma all'intero ecosistema fisico del lavoro digitale: altezza e distanza del monitor, posizione di collo e schiena, appoggio degli avambracci, seduta, immobilità prolungata e ripetitività dei movimenti. C'è poi una conseguenza meno immediatamente visibile: l'intensificazione cognitiva. Notifiche, e-mail, messaggistica, videoconferenze, software gestionali, piattaforme e richieste che arrivano contemporaneamente possono frammentare l'attenzione e aumentare la percezione di dover essere costantemente disponibili. L'Osh Pulse, realizzato su oltre 28mila lavoratori nei Paesi dell'Unione europea, oltre a Islanda, Norvegia e Svizzera, ha analizzato specificamente il rapporto tra tecnologie digitali, rischi psicosociali e salute mentale. I dati europei mostrano che, tra i lavoratori che utilizzano tecnologie digitali, il 48% afferma che queste determinano la velocità o il ritmo del proprio lavoro, il 30% segnala una riduzione della possibilità di decidere come svolgere il lavoro e il 28% un aumento del carico lavorativo. Per l'Italia le percentuali riportate dall'indagine sono rispettivamente 57%, 49% e 31%. La ricerca sottolinea inoltre come la digitalizzazione possa produrre vantaggi in termini di organizzazione, automazione ed ergonomia, ma possa anche contribuire a intensificazione del lavoro, riduzione dell'autonomia e cultura dell'“always on”, se l'innovazione non viene accompagnata da adeguate misure organizzative. “Il cervello non è una macchina capace di passare senza conseguenze da una notifica a una riunione, da una mail urgente a una piattaforma e poi di nuovo a un'attività che richiede concentrazione profonda – evidenzia Feroli –. La salute digitale passa anche dal diritto a recuperare attenzione, a interrompere il flusso delle sollecitazioni e a distinguere il tempo del lavoro dal tempo personale”. La questione non termina quando viene spento il computer di lavoro. Dopo ore trascorse seduti davanti a un monitor, una parte significativa del tempo libero continua infatti a essere occupata da smartphone, streaming, social network e altri dispositivi. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che livelli elevati di comportamento sedentario sono associati negli adulti a un maggiore rischio di mortalità generale e cardiovascolare e di insorgenza di malattie cardiovascolari, tumori e diabete di tipo 2. L'inattività fisica, più in generale, è associata a un rischio di morte superiore del 20-30% rispetto a quello delle persone sufficientemente attive. Il problema ha dimensioni globali: secondo l’OMS, nel 2022 circa 1,8 miliardi di adulti, pari al 31% della popolazione adulta mondiale, non raggiungevano i livelli raccomandati di attività fisica. In assenza di un'inversione di tendenza, la quota potrebbe raggiungere il 35% entro il 2030. La prevenzione deve quindi diventare multidimensionale. Significa interrompere regolarmente la posizione seduta, alternare le attività, curare l'ergonomia della postazione, evitare distanze troppo ridotte dallo schermo e recuperare movimento nella vita quotidiana. Una revisione sistematica sui giovani utilizzatori di dispositivi digitali ha associato esposizioni superiori alle 4-5 ore al giorno e parametri ergonomici inadeguati a una maggiore sintomatologia da affaticamento visivo. La stessa revisione non ha invece trovato prove sufficienti per considerare i filtri per la luce blu una soluzione preventiva alla Digital Eye Strain. Sul fronte dell'attività fisica, l'OMS raccomanda agli adulti almeno 150-300 minuti settimanali di attività aerobica moderata, oppure 75-150 minuti di attività vigorosa, associando attività di rafforzamento muscolare almeno due volte alla settimana. (26 ago - red)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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